08 maggio 2026

Sciopero alla Biennale Arte: padiglioni e bookshop chiudono

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Sciopero e proteste attraversano la Biennale Arte 2026 di Venezia: chiusi temporaneamente il bookshop e diversi padiglioni ai Giardini, mentre cresce la contestazione contro Israele

L’ultima giornata di pre-apertura della Biennale Arte 2026 si apre sotto il segno della protesta: ai Giardini e all’Arsenale, tra inaugurazioni, conferenze stampa e visite riservate agli addetti ai lavori, lo sciopero proclamato da Usb Veneto e Adl Cobas e promosso e sostenuto da ANGA – Art Not Genocide Alliance (qui la lettera inviata alla direzione della Biennale per escludere Israele dalla corrente edizione) sta producendo le prime conseguenze visibili: alcuni Padiglioni stanno registrando rallentamenti nelle aperture e nei servizi, mentre il bookshop della Biennale ha abbassato temporaneamente le serrande per adesione dei lavoratori alla mobilitazione.

Nel corso della mattinata diversi padiglioni ai Giardini hanno inoltre chiuso temporaneamente le porte al pubblico o sospeso gli accessi, tra questi anche Spagna, Olanda, Egitto, Francia, Corea, Austria, Cecoslovacchia e Belgio. Giappone e Gran Bretagna hanno invece riaperto: i rispettivi governi hanno infatti rimpiazzato i lavoratori in sciopero.

Fin dalle prime giornate, l’atmosfera appariva diversa (ve l’abbiamo raccontato qui) rispetto alla ritualità abituale delle preview veneziane. I viali sono attraversati da volantini, slogan, conversazioni concitate tra artisti, curatori e operatori culturali. Davanti ad alcuni ingressi ora compaiono cartelli che informano di aperture posticipate o di riduzione del personale. Nei punti di ristoro e negli spazi di servizio si percepiscono gli effetti di una protesta che riguarda tanto la situazione geopolitica internazionale, quanto le condizioni materiali del lavoro culturale.

Al centro delle contestazioni e dello sciopero resta la presenza del Padiglione Israele alla Biennale Arte. Alle 16:30 è previsto il corteo promosso da ANGA, con partenza da via Garibaldi e anticipato nei giorni scorsi da gruppi di attivisti. “Free Palestine” compare su adesivi, striscioni e manifesti improvvisati, mentre il tema del conflitto mediorientale finisce per ridefinire il clima della manifestazione.

Nel comunicato diffuso nei giorni scorsi, Art Not Genocide Alliance ha accusato la Biennale di sostenere il governo israeliano continuando a concedere uno spazio ufficiale a Israele nel pieno della guerra a Gaza. Il collettivo contesta inoltre quella che definisce una gestione “a doppio standard” delle partecipazioni nazionali: dure prese di posizione contro la Russia e, al contrario, sostegno istituzionale alla presenza israeliana. Nel mirino degli attivisti anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che nei giorni scorsi aveva espresso solidarietà all’artista Belu Simion Făinaru, rappresentante di Israele alla Biennale.

La protesta si intreccia però con una questione più ampia, legata alla precarietà e alla frammentazione del lavoro nel sistema culturale veneziano. Lo sciopero di oggi coinvolge infatti anche addetti alla sorveglianza, personale dei servizi, lavoratori impiegati tramite appalti esterni e parte dello staff operativo della manifestazione. Una mobilitazione che smentisce di fatto la nota diffusa ieri sera dalla Fondazione Biennale, secondo cui le iniziative di protesta “Non coinvolgerebbero il personale o l’organizzazione dell’istituzione”.

Usb Veneto ha replicato duramente, ribadendo che lo sciopero riguarda anche il personale in forza alla Fondazione e invitando i lavoratori a segnalare eventuali pressioni o ritorsioni. Nel frattempo, lungo i percorsi della Biennale Arte, il disagio organizzativo causato dallo sciopero diventa visibile: code rallentate agli ingressi, servizi ridotti, spazi temporaneamente chiusi. La chiusura del bookshop rappresenta uno dei segnali più evidenti della giornata, in un luogo simbolicamente centrale per il funzionamento commerciale e turistico della manifestazione.

Rimane la sensazione che, ancora una volta, la Biennale veneziana abbia rivelato tensioni molto più grandi del sistema dell’arte. Le opere, le inaugurazioni e le strategie curatoriali convivono con rivendicazioni sindacali, conflitti geopolitici e prese di posizione pubbliche, per una manifestazione internazionale attraversata da frizioni sempre più difficili da contenere entro il solo perimetro culturale.

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