Tamara Kvesitadze, Palazzo Bragadin, exhibition view
Si intitola Medea. Fragments of Memory il nuovo progetto espositivo dell’artista georgian Tamara Kvesitadze, sviluppato appositamente per gli spazi storici di Palazzo Bragadin, a Venezia. Quella qui presentata è una ricerca che si basa sul mito, certo, ma che al tempo stesso lo scompone e lo riscrive.
Presentata da Eka Enukidze e Hervé Mikaeloff, l’esposizione sottrae infatti la figura di Medea alla dimensione tragica per farne un vettore critico: una condizione attraverso cui leggere le dinamiche contemporanee di sradicamento e discontinuità culturale. E, se Medea viene sottrata alla narrazione legata all’infanticidio e al dolore, la Colchide — territorio mitico legato alle radici georgiane dell’artista — non funge da semplice ancoraggio identitario, ma si configura come un campo simbolico attraversato da profonde stratificazioni storiche e geografiche.
All’interno dell’esposizione, anche Venezia stessa viene eletta a dispositivo critico. La città, interpretata come archivio fragile e organismo liminale, incarna una condizione di precarietà permanente sospesa tra conservazione e scomparsa. Questa tensione trova una traduzione formale in un modello urbano modulare che accoglie il visitatore all’ingresso dell’esposizione. È, questa, una struttura che si costituisce e si disgrega ciclicamente attraverso un movimento meccanico: i volumi emergono e si ritraggono, simulando la precarietà di una Venezia sospesa tra conservazione e oblio. Questa “città che respira” mette immediatamente in crisi l’idea di stabilità, preparando lo spettatore all’incontro con i corpi frammentati dell’artista.
Cuore pulsante dell’esposizione sono poi le sculture cinetiche, cifra stilistica della Kvesitadze. Reptile, ad esempio, è una struttura ibrida che sembra strisciare tra il pavimento e le pareti del palazzo: un asse meccanico che richiama la spina dorsale di un rettile in mutazione. Accanto, il corpo umano subisce una scomposizione radicale: in una sequenza di piedi femminili in movimento, l’artista nega la totalità della figura. Questi arti isolati, che si muovono nello spazio senza mai raggiungere una destinazione, diventano l’emblema di uno slittamento identitario perenne.
L’esperienza visiva è indissolubilmente legata alla dimensione sonora sviluppata da Stephan Crasneanscki e Simone Merli dei Soundwalk Collective. La composizione Medea, costruita a partire da onde radio, frammenti vocali e field recording effettuati nell’area del Mar Nero, agisce come un paesaggio acustico discontinuo che eccede la visione. Il suono non accompagna, ma destabilizza, trasformando l’ambiente in un campo aperto di relazioni dove il soggetto è chiamato a negoziare continuamente il proprio posizionamento. Attraverso l’uso di superfici in carta rossa e blu, segnate da fratture materiche che trattengono il tempo senza mai fissarlo, Kvesitadze costruisce un ambiente in cui l’esperienza precede l’interpretazione. La memoria, in questo contesto, si rivela non come un dato acquisito, ma come un movimento incessante tra emersione e cancellazione, dove l’esilio si configura come uno stato permanente dell’essere.
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