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Liberare l’arte. Da Arman a Warhol, una collezione di opere confiscate, in mostra a Milano

di - 28 Novembre 2018
Come si evince dal sottotitolo, la mostra “Arte Liberata-Dal Sequestro al Museo”, presso Palazzo Litta, a cura di Beatrice Bentivoglio-Ravasio, racconta la storia di una collezione d’arte contemporanea confiscata in Lombardia. Un esempio virtuoso di recupero di un gruppo di preziose opere europee e non, confiscate alla criminalità organizzata nel 2008 e affidate dieci anni dopo al Ministero per i beni e le attività culturali – più precisamente al relativo Segretariato regionale – con lo scopo di conservarle e renderle fruibili a tutti.
La confisca ha destato grande scalpore, poiché la qualità e l’autenticità di tutte le opere esposte si sono rivelate sorprendenti, raccolte con acquisizioni mirate svolte tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila, dalle quali affiora una logica d’investimento originaria che, a oggi, si aggira intorno a un valore di 3 milioni e mezzo di euro circa. Il tutto diviene progetto di studio seguito da Paolo Campiglio, professore di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Pavia, che riscontra come nella raccolta siano leggibili le poetiche internazionali del tempo di acquisizione, che vanno dall’Astrattismo e all’Informale degli anni Cinquanta, alle Neo-avanguardie degli anni Sessanta, giungendo fino alle tendenze degli anni Novanta e Duemila.
La bellezza e il valore in primis culturale hanno spinto a escludere una manovra di smembramento del corpus, in vista di un Polo o Padiglione dell’Arte Liberata, luogo espositivo e centro di ricerca che pone al centro il tema tra arte e criminalità. Con questo nobile scopo, le opere compiono un importante passaggio, da natura privata a quella pubblica, e trovano un primo collocamento nel meraviglioso Palazzo Litta di Milano, sede dell’ufficio del Segretariato e della Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Milano e quella delle province di Como Lecco Monza e Brianza, Pavia, Sondrio e Varese, nonché il Polo museale della Lombardia. Qui, la pregevole architettura meneghina accoglie con mirabolanti contrasti tra arte antica e stucchi dorati il gusto provocatorio della seconda metà XX secolo. La “sala degli specchi”, per le sue imponenti specchiere e boiseries intagliate e dorate è stata definita “il più alto esempio di architettura settecentesca d’interni superstite in Milano”. Un simbolo del prestigio e delle capacità economiche del patriziato milanese e un punto di riferimento della vita sociale e politica della città, in cui furono ospitati il ricevimento di nozze di Maria Anna d’Austria, sposa di Filippo IV di Spagna, le feste per l’imperatrice Maria Teresa e per Napoleone.
Anche per questo il progetto curatoriale non dev’essere stato di facile portata; tenuto conto che Palazzo Litta non è una struttura museale, la procedura di allestimento doveva trovare un delicato equilibrio tra la conservazione, il rispetto dello spazio ospitante e l’amalgama della collezione esposta. Non si è voluto seguire un percorso propriamente cronologico, bensì una linea di armonizzazione tra opere e sede. Il percorso inizia con White Monocrome (2001) di Pablo Reinoso, installazione composta da una serie di cuscini bianchi mossi da una ventola posta su ciascuno di essi, che ci restituisce l’idea del respiro; in questo caso, l’inizio simbolico di una nuova vita per questa collezione. Percorrendo le stanze, notiamo diversi filoni artistici: dall’Astrattismo geometrico, qui rappresentato in gran parte da Victor Vasarely, di cui ricordiamo Tuz-tuz (1973-75) prodotto della Optical Art, per poi passare all’Informale con Wols, Mark Tobey, George Mathieu ed Emilio Vedova – da notare Ciclo N.4 ‘61/’62 (1961-62), olio e carta su tela di una fase estremamente colorata e materica dell’artista veneziano.
Parlando di italiani, troviamo anche le ricerche degli anni Sessanta di sperimentatori tridimensionali come Remo Bianco, Enrico Castellani, Paolo Scheggi e Turi Simeti che spicca con il suo Trittico giallo (1968). Si continua poi con una consistente parte di esponenti italiani: da Ettore Spalletti col suo Razionalismo postminimalista degli anni Novanta, all’Arte povera con Giuseppe Penone, Pier Paolo Calzolari e Giulio Paolini. Senza dimenticare il gruppo romano con Nunzio, Arcangelo e Bruno Ceccobelli – da notare il suo Orologia (1986). Si passa poi all’Arte cinetica con Gianni Colombo e Pol Bury, la cui celebre 102 Cones Creuz (1964) trova collocazione nel meraviglioso boudoir della contessa Litta.
Si hanno anche opere New dada di Arman, come Sic transit gloria mundi (1960), di Christo, con Empaquetage (1963), e di César, con Accumulation de capsules de bouteilles d’huiles marocaines dans un bac blanc (1968). Non può inoltre passare inosservato il sovrano indiscusso della Pop art, Andy Warhol, con il ritratto di Giorgio Armani (1981). Tale meccanismo di celebrazione dell’Occidente si rovescia nella vicina E pluribus unum (’60), opera di Franco Angeli, che rappresenta in maniera ironica vari simboli del potere come a sottolineare in maniera beffarda il loro lato effimero. In questa collezione scopriamo anche opere di contaminazione tra il mondo orientale e quello occidentale come con Privacy Prayer (1990) di Chen Zen o Victime, Juliette C (2003) di Yan Pei-Ming.
Scopriamo, così, un interessante percorso visivo che, danzando tra le stanze nobili del XVIII secolo, strizza l’occhio alla bellezza colorata del Novecento. Un connubio invitante che vi convincerà di una cosa: l’arte in ogni tempo trova la sua collocazione nel mondo, si fa strada sgomitando e urlando la sua ragione di vita. Una ragione in più per essere conosciuta, studiata e, per l’appunto, liberata. (Micol Balaban)
In home e in alto: foto di Roberto Morelli

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