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L’immagine che risorge. Ernest Pignon-Ernest accompagna Pasolini sulla scena dell’omicidio, stavolta a Napoli

di - 30 Giugno 2015
Come prevedibile, l’immagine di Pier Paolo Pasolini comparsa sui muri di Roma e immediatamente vandalizzata non era destinata a scomparire nella Capitale. Giusto il tempo di poche ore e la Pietà del 21esimo Secolo – come ribattezzato il poster di Ernest Pignon-Ernest raffigurante il cadavere di Pasolini portato in braccio da Pasolini – è arrivata anche a Napoli, dove è stata affissa tra il centro storico e la periferia nord, tra Santa Chiara e Scampia. In quegli stessi vicoli dove Pasolini girò alcune scene del Decameron, è stata vista di sfuggita e ammirata, fotografata e lacerata, seguendo il rapido decorso delle opere di Street Art. A prima vista, sembrerebbero tentativi di appropriazione o distruzione ma moventi e autori rimarranno non identificati.
Pignon-Ernest, considerato tra i fondatori della Street Art, è consapevole dei rischi e delle possibilità del suo linguaggio, liberamente esposto alla fruizione, all’interpretazione e al disfacimento. L’artista aveva già affisso i suoi poster sui muri della città partenopea tra il 1987 e il 1990 e anche in quella occasione scelse lo scrittore e regista come fulcro delle immagini, in un’ibridazione visiva e concettuale con le opere di Caravaggio, altro genio popolare. Il Davide con le teste di Golia nella mano sinistra e di PPP nella destra è stata una composizione tanto effimera nella materia quanto sedimentata nella percezione storica della metropoli.
Allora, la conservazione della forma non può assurgere a pietra di paragone, perché la compenetrazione dell’immagine e dei suoi sensi complessi nel flusso quotidiano, costi quel che costi, è presupposto teorico e strumentale della Street Art. Così, anche la Pietà non può rappresentare un memento, mentre proprio la caducità della struttura diventa supporto del dispositivo relazionale. Quelle persone che si sono avventate sulla carta per distruggerla, probabilmente combattute tra desiderio di profanazione e ansia del possesso, sono state coinvolte nei processi dell’arte pubblica, diventando portavoce dell’immagine, delle idee del Pasolini vivo, il corsaro che alternava sobborghi e teatro classico, ricercando quel punto di frattura linguistico, ideologico, sociale tra gli ambiti e i registri. Se la sua sfida fatale è stata proporre un’ipotesi di conoscenza nel tempo del reale, allora, immaginarne le parole smembrate dall’erosione quotidiana, dal lavorio estremo dell’odio e dell’amore, è un modo per avvicinarsi alla radicalità delle sue visioni, pur violando l’aspetto dell’uomo. (Mario Francesco Simeone)

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