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Lo spazio di un Continente. Al MAXXI, David Adjaye apre gli incontri sull’architettura africana

di - 6 Luglio 2018
Si è aperta mercoledì, 4 luglio, al MAXXI di Roma, una serie di tre incontri dedicati ad alcuni dei maggiori protagonisti della scena dell’architettura contemporanea africana, ideata da Irene De Vico Fallani ed Elena Motisi, in occasione della mostra “African Metropolis. An Imaginary City”, visitabile negli spazi del museo fino al 4 novembre. Lo spazio di un continente è il titolo emblematico della rassegna, dove la complessità e la vastità del continente africano vengono affrontate dalla prospettiva di un’architettura emergente, il cui focus ormai globale è fatto di parole chiave come innovazione, progettualità etica e sostenibilità ambientale.
Primo portavoce di questi temi importanti, presentato dal Senior Curator del MAXXI Architettura, Pippo Ciorra, è stato David Adjaye, giovane architetto di origine ghanese formatosi a Londra e oggi alla guida dello Studio Adjaye Associates. Adjaye, già ideatore di edifici monumentali come lo Smithsonian National Museum of African American History and Culture di Washington, ha spiegato come anche l’architettura stia rispondendo all’attuale esplosione di consapevolezza che riguarda il continente africano nelle coscienze globali. «Il valore dell’architettura oggi non può più basarsi esclusivamente sulla forma, ma su come la forma si inserisce in un contesto sociale e può essere rilevante per il nostro mondo. Bisogna usare gli strumenti dell’architettura per parlare delle criticità di un territorio, perciò costruire un edificio diventa come costruire un sistema fatto di diversi elementi, dove i dettagli sono importanti nella misura in cui vengono percepiti dalle persone e dialogano con la città intera».
In questo senso, l’Africa si rivela essere uno dei luoghi più interessanti per i giovani architetti, in quanto continente ancora vergine dove si può immaginare di creare qualcosa di significativo per il territorio senza essere troppo accademici, «un po’ come all’interno del padiglione di una fiera», scherza Adjaye, che quest’anno ha presentato alla Biennale di Venezia un progetto per un centro culturale a Niamey, capitale del Niger, pensato per valorizzare il più rispettosamente possibile le esigenze e le tradizioni locali.
Quello africano è un concetto di architettura “polifonica” dunque – non dissimile dall’arte contemporanea – che lentamente si sta liberando dai nostalgici dogmi accademici legati alla forma e dai virtuosismi nazionalistici, per diventare opportunità di miglioramento della qualità della vita e di un dialogo più “umano” con il territorio. Ma studiare architettura in Africa è ancora un privilegio di pochi. «Non c’è un ordine importante di architetti in Africa perché le scuole specializzate si possono contare sulle dita di una mano. Questo è il problema principale: la mancanza di risorse. Inoltre, i ragazzi che vi studiano non conoscono l’ottica del capitalismo ma vengono comunque forzati a pensare in quel senso. Solo ora i giovani che si formano lì stanno uscendo dal continente per sperimentarsi nel resto del mondo».
I prossimi appuntamenti della rassegna vedranno protagonisti al MAXXI gli architetti Mokena Makeka del Makeka Design Lab, giovedì, 12 luglio, e Jo Noero, giovedì, 19 luglio. (Alice Bortolazzo)
In home: David Adjaye, The Gwangju Reading Room, Gwangju Biennale 2013, Photo Credit Kyungsub Shin
In alto: Jo Noero, Red Location Museum of Struggle, Museum Memory Boxes, 2005

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