Gulistan, Time Garden, Foto via China Eu Art Foundation
C’è una soglia, nell’allestimento museale concepito per la mostra Time Garden, visitabile fino all’8 aprile alla GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, oltre la quale lo spazio attenua la propria funzione ordinatrice per farsi ambiente mentale. Le opere si dispongono per stratificazioni e lente emersioni. Nella pittura di Gulistan, artista attiva tra Pechino e l’orizzonte internazionale, si avverte una tensione costante tra sedimentazione e attraversamento. Il nome stesso dell’artista, che significa “giardino di rose”, è una chiave di lettura in grado di orientare l’intero progetto.
Affidare al mondo il compito di esprimere memoria e trasformazione implica una concezione dello spazio come archivio vivente. Si avverte una temporalità che cresce per accumulo, vicina alla durée di Henri Bergson e a quella immaginazione della materia cara a Gaston Bachelard, dove ogni forma naturale custodisce una dinamica interiore.
La mostra, curata da Gabriele Simongini, si articola come una geografia mobile, delineata idealmente lungo la Via della Seta. Più che un riferimento storico, diventa un dispositivo culturale: una trama di scambi, migrazioni e trasmissioni che informa in profondità la ricerca dell’artista.
Nelle serie Fragments of Time, The Nature of Memory e Memory of the Portraits, la pittura si apre come superficie di passaggio. Le suggestioni provenienti dai cicli murali di Dunhuang — con i loro pigmenti minerali e la loro qualità atmosferica — si intrecciano con una sensibilità che guarda alla tradizione europea, mediterranea. Si genera un campo di coesistenze sempre in bilico tra differenti regimi di visibilità .
La sospensione tremula di Giorgio Morandi e la dinamica di Umberto Boccioni affiorano come eco lontana, contribuendo a costruire un lessico che privilegia l’indeterminazione, la soglia. Emerge una pittura che predilige l’incompiutezza: le figure rarefatte, colte in uno stato di apparizione, sembrano affiorare e ritirarsi nello stesso tempo, quali lasciti di memorie iconografiche.
Come suggerisce Simongini, si tratta di un’indagine della forma nel suo farsi instabile, dove l’immagine non è mai pienamente data ma continuamente in procinto di affiorare.
L’impressione è quella di passeggiare in un paesaggio interiore, o meglio in un giardino del tempo.
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