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L’occidente che non conosce i suoi simboli. Una riflessione sul caso dell’immagine di Anna Frank

di - 26 Ottobre 2017
Con la shoah abbiamo assistito a una crisi profonda da parte degli artisti, a seguito anche del monito di Theodor Adorno, credendo oramai impossibile continuare a fare poesia dopo Auschwitz. Ciononostante riesce a farsi largo una presa di coscienza che porta gli artisti a rappresentare, e quindi a raccontare, a dare voce e immagine a una memoria che si era temuto fin da subito potesse andare perduta con la scomparsa dei sopravvissuti. Così, anche l’immagine di Anna Frank, deportata e uccisa nei campi di sterminio nazisti, entra suo malgrado nell’iconografia della shoah. Il suo volto e il suo diario diventano oggetto di ricerca e studio per artisti, registi e letterati. Ritroviamo il suo ritratto in molte opere, rappresentato quasi sempre pedissequamente per non alterarne il ricordo e la memoria. È l’immagine di una ragazzina innocente e indifesa, i cui sogni furono infranti per mano della barbarie umana. Attraverso le sue parole e il suo sguardo, impresso per sempre su una fotografia sbiadita, abbiamo cercato, se possibile, di comprendere, o forse sarebbe meglio dire apprendere, quell’inferno che molti chiamano olocausto.
Pochi giorni fa abbiamo assistito a uno scempio, a un vero e proprio abuso dell’immagine di Anna Frank, un fotomontaggio crudele che la ritrae con la maglia della Roma, già comparso nel 2013. Mai avrei pensato di vedere quella fotografia, immagine simbolo della shoah, a cui si sono ispirati tanti artisti di tutto il mondo, quello sguardo e quel sorriso che potremmo riconoscere in mezzo ad un milione di foto, rubata da alcuni tifosi scellerati e strumentalizzata per usi così biechi, dentro uno stadio, trasformata in immagine offensiva contro la squadra avversaria, accompagnata da scritte antisemite.
Non si tratta di goliardia ed è molto, molto distante da un processo artistico che conta celebri esempi in cui un’immagine, iconograficamente riconoscibile quasi universalmente, prende nuove forme e significati. Penso fra tutti all’opera contemporanea probabilmente più celebre in questo senso, L.H.O.O.Q di Marcel Duchamp. L’artista nel 1919 prese la riproduzione fotografica della Gioconda di Leonardo da Vinci aggiungendo provocatoriamente dei baffi e un pizzetto. Con questo lavoro Duchamp aveva dissacrato uno dei miti culturali più consolidati, la cui intenzione non era quella di negare l’arte di Leonardo ma onorarla, a modo suo, mettendo in ridicolo il conformismo acritico allineato al gusto della maggioranza delle persone.
Quello di oggi è un caso ben diverso, che nulla ha a che fare con l’arte, che ha portato al saccheggio di un’immagine conosciuta privandola di un suo statuto ontologico. Mi chiedo cosa sia successo a questa società, orgogliosamente occidentale e civilizzata, che è riuscita ad oltrepassare i confini della spettacolarizzazione preannunciata da Guy Debord, il quale professava la trasformazione dell’individuo con conseguenze di devastante portata, ad andare addirittura oltre la liquidità asserita da Zygmunt Bauman. Siamo tragicamente condotti verso un punto di non ritorno. L’uomo sembra non avere etica, non comprende neanche più il valore simbolico che può detenere un’immagine come quella di Anna Frank, dietro la quale si cela un dramma che conta oltre sei milioni di morti. Non ci sono più regole, tutto è strumento, tutto può essere declinato per qualunque motivo, in qualsiasi posto, da un campo di concentramento a un museo, da un teatro a uno stadio. Non ci sono più campi di azione, tutto è alla portata di tutti e viene usato a proprio uso e consumo. Vogliamo davvero arrivare a questo? A parlare di banalità del male, ponendoci ancora una volta di fronte a una riflessione drammatica sulla natura umana? O sarebbe meglio, come ci ha suggerito Adorno, non stancarsi mai di aprire gli occhi alla gente sull’orrore che c’è stato e che evidentemente, in maniera latente, c’è ancora. Citando le parole di Anna Frank, «Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo».
Le immagini lasciamole nelle mani di chi le sa usare e veicolare, nella speranza che gli artisti continuino a raccontarci ciò che è stato e che non dovrebbe succedere mai più. (Giorgia Calò)
In alto: Maya Zack, Mockument, (Anne Frank), 2005

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