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L’ultima dagli States? La carica dei mini collectors…

di - 23 Settembre 2007
A parlarne è il Wall Street Journal in un circostanziato approfondimento: dopo la moda degli artisti enfants prodiges ecco che il rutilante mondo dell’arte americano s’inventa quella dei collezionisti soldi di cacio. Dakota King ad esempio, non è, come si potrebbe pensare, la sorellina di Calamity Jane, ma una ragazzetta di 9 anni dagli occhi a mandorla con il capriccio dell’arte. E che agli astucci di colori e agli album da disegno preferisce le gallerie d’arte. Figlia di facoltoso imprenditore, madre e nonno collezionisti, la piccola vanta già la sua minicollezione di 40 opere tra cui spicca un Panda di Andy Warhol dell”83. Charlie Rosen, 11 anni, è già un habitué delle aste, visita con il padre Aby fiere, gallerie e studi d’artista. Con suo fratello tredicenne s’era invaghito del graffitismo. Il genitore, scafato collezionista, ci ha messo poco a metterli sulla retta via. Così un bel giorno, ad un’asta di Sotheby’s a New York, il giovane decide che tutto sommato gli piaceva anche un nanetto da giardino, fatto da un tale Jeff Koons: incoraggiato dal padre, Charlie rilancia fino a 352.000 dollari per portarselo via per la sua cameretta. Il tredicenne Brahm Watcher ha raccolto invece acqueforti di Rembrandt, incisioni di Picasso, lavori di Pissarro e David Hockney. Shammiel Fleischer-Amoros, 10 anni di NY e collezionista dall’età di 4, raccoglie sculture di alberi in miniatura e dipinti che raffigurano cani, uccelli e conigli. Frequenta le gallerie di Brooklyn ma gli piace comprare l’ultimo giorno delle fiere, quando – dice – c’è meno da contrattare e i prezzi si abbassano. Al quattordicenne Taylor Houghton invece piace mercanteggiare e mostra con fierezza il bel Vik Muniz spuntato a 30 mila dollari. Il Museo di Houston s’è messo a chiedere prestiti di opere a questi minorenni d’assalto, i cui eroi, manco a dirlo, sono Takashi Murakami e Yoshimoto Nara. I soggetti preferiti? Animali, pupazzi e dolciumi. Niente vacche squartate o immagini pornografiche alla Thomas Ruff. I facoltosi genitori dei morigerati mini collezionisti si gonfiano d’orgoglio per le precoci doti affaristiche degli eredi. Eppure non tutti apprezzano. Per esempio la dealer newyorkese Sara Tecchia dice che mai venderà ai minori perché l’arte non è un videogame. La collega Rachel Lehmann non si fa tanti scrupoli, eccetto quello che i genitori educhino i figli all’arte, per evitare i capricci di rampolli viziati. E se qualcuno avverte un problema morale di fondo, si rilassi. Molto più pragmaticamente c’è chi rintraccia nel fenomeno l’ennesima performance di finanza creativa. Far risultare i figli come collezionisti porta vantaggi fiscali e agevola trasmissibilità e integrità delle collezioni, in barba ad onerose tasse di successione che si aggirano intorno al 45% del valore. (a. s.)

[exibart]

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