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L’università statale di Milano si dà all’arte. Vi raccontiamo il primo progetto firmato da Mikayel Ohanjanyan

di - 29 Gennaio 2016
Ha inaugurato ieri la prima mostra inerente all’iniziativa dell’Università degli studi di Milano: Statale Arte. Il progetto di natura triennale consiste nell’introdurre all’interno dell’ateneo – nella sede centrale di Via Festa del Perdono – delle esposizioni temporanee di alcuni artisti contemporanei – italiani e stranieri – che, di volta in volta, lasceranno una propria opera, segno del loro passaggio in questo storico edificio. Sono pensate due esposizioni l’anno, in modo da riuscire a creare nel tempo una sorta di museo all’aperto, visitabile non solo dagli studenti ma anche dai cittadini o dai turisti. In un’ottica di valorizzazione e di restituzione al pubblico del complesso museale della Ca’ Granda, in questo specifico caso, si è pensato a un workshop dedicato a una quindicina di studenti del corso di laurea di Scienze dei beni culturali e Storia e critica dell’arte, per dar loro la giusta preparazione nel condurre delle visite guidate gratuite, rivolte a chiunque volesse conoscere meglio il luogo e il lavoro dell’artista esposto (durata di 60’ ca, venerdì alle h.17.30 e sabato alle h.11). Non è la prima volta che i cortili di una delle più celebri università di Milano si aprono alla contemporaneità – si veda l’imperdibile appuntamento annuale con il Fuori Salone – ma, questa volta, la struttura seicentesca non è più solo sede ospitante, bensì matrice di opere site-specific, nate come frutto della relazione che si viene a instaurare tra l’artista e il luogo. In questo modo entrambi accolgono la propria storia e il proprio modo di porsi al mondo, aggiungendosi l’un l’altro qualcosa di arricchente e duraturo. Questo progetto è realizzato grazie alla collaborazione di diverse figure e fattori, come il patrocinio del Comune di Milano, della Regione Lombardia, del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dell’Ambasciata Armena in Italia, in collaborazione con tornabuoniArte, Firenze/Milano/Parigi/Londra, e Art for The World, e con l’importante contributo di Fondazione Cariplo.
Il primo protagonista di quest’iniziativa è l’armeno Mikayel Ohanjanyan, nato a Yerevan nel 1976 ma ormai stabile in Italia da 16 anni, che esordisce con la sua prima personale a Milano: DURK, a cura di Donatella Volontè. Durk in armeno antico significa porte, “un termine – mi dice – aperto, a cui ognuno può dare la propria interpretazione”. Condividendo le stesse origini, personalmente, vedo in Tasnerku + 1 (Dodici + 1) – tredici sculture di basalto, corten e cavi d’acciaio – e Dur (Porta) – due sculture di materiali misti tra cui polistirolo e corda – il collegamento tra il concetto di “armenità” – tema affrontato nel suo lavoro presso il Padiglione Armenia della Biennale di Venezia 2015 a San Lazzaro degli Armeni (per il quale vince il Leone d’Oro) – e quello di apertura, di passaggio, di collegamento, come quello tra Occidente e Oriente, che ha sempre connotato la cultura armena. Nelle sue sculture si può riconoscere anche una riflessione sulla musica, sul ritmo, sulla stasi e sul dinamismo, sulla tensione e sulla dissonanza; quest’ultima è spesso rappresentata in molte culture come una “porta”, appunto. Riferimenti alla numerologia e alla teoria musicale, come la sequenza di Fibonacci, sono visibili sia nel ritmo delle tredici pietre di Tasnerku + 1, sia negli equilibri delle strutture cubiche poste nel loggiato, mantenuti da un piccolo cubo tra le due sculture. Inoltre, in Tasnerku + 1 c’è un ulteriore rimando alla storia, poiché il ritmo delle pietre sembra essere un eco di quello dei 223 megaliti in basalto del sito archeologico di Karahunj databile al VI millennio a.C. (kar significa pietra e hunge significa suono, dunque le pietre parlanti, forse per via del vento che passa tramite i fori). Le tredici pietre che compongono l’opera poggiano su un disco di corten, sul quale sono iscritti i versi di un inno di Nerses Shnorhali, cathólicos patriarca d’Armenia, che Mikayel adopera come citazione per omaggiare l’alfabeto della sua lingua, che permise agli armeni di distinguersi nella storia e di non essere assimilati culturalmente agli imperi confinanti. Il primo tassello di questa sorta di galleria in progress sembra essere ben riuscito. Ora attendiamo il catalogo, edito da Skira, che sarà creato per ogni artista scelto per Statale Arte; il primo di questa serie, quello dedicato a Ohanjanyan, sarà disponibile prossimamente. (Micol Balaban)

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