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Milan Design week/Un gioiello per aiutare gli slum di Cape Town, nato dalla collaborazione tra Vehrnier e l’architetto Alfredo Brillembourg

di - 13 Aprile 2015
Una location particolare stamane, il Four Season di via del Gesù, nel pieno del Quadrilatero della moda milanese, per la presentazione di un oggetto altrettanto particolare, legato al lusso, ma con una funzione etica. Parliamo di un ciondolo prodotto da Vhernier, una delle case italiane più prestigiose nella produzione di alta gioielleria, i cui proventi andranno a sostegno del programma di architettura sostenibile “Empower Shack”, ideato dall’architetto Alfredo Brillembourg.
Carlo Traglio, Presidente di Vehrnier, parla di un lavoro che lega etica ed estetica: «Con la nostra azienda creiamo sogni per rendere più belle le donne, ma a volte i sogni devono essere estesi anche a chi non può permettersi di sognare». E così, durante una conferenza a Ginevra, scoppia la scintilla. Traglio incontra Brillembourg e nasce l’idea del monile-maschera africana, per il Sudafrica.
Chi meglio infatti dell’architetto, premiato con il Leone d’Oro alla Biennale d’Architettura del 2012 per il progetto sulla Torre David di Caracas, poteva interpretare meglio il senso di questo desiderio.
E così la presentazione del monile, in realtà, si rivela una vera e propria lezione magistrale di architettura con Brillembourg (classe 1961, nato a New York), che parla di forme urbane e della necessità di riscrivere la composizione degli slum, le zone più povere delle metropoli del sud del mondo che ospitano, in realtà, la più vasta percentuale della popolazione urbana mondiale.
Brillembourg da sempre si occupa, con la sua pratica, della ricerca di un’architettura possibile e soprattutto sostenibile perché, spiega, «si costruisce non con i mattoni ma con l’unione e l’educazione, in un mondo che è al suo ultimo stadio per potersi salvare, prima di cadere nell’irreversibilità», che sembra contraddistinguere proprio i “barrios” delle città del sud, America Latina o Africa.
E invece Brillembourg racconta della possibilità di rifare una sorta di “piano urbanistico” per rendere più civili queste aree (nella fattispecie di Città del Capo), ricostruendo case in poche decine di ore e dando spazio a orti, cluster verdi, cortili e producendo energia con il solare.
Un’architettura, insomma, che prova a sfidare i limiti del mondo, nell’unico modo che conosce: progettando e tentando di ridare un volto umano al disastro della povertà, della marginalità.
Come fare? Con donazioni, con la micro finanza, e con l’aiuto dei Paesi che possono permettersi di comprare un ciondolo da 990 euro, interamente realizzato da manodopera italiana: una cifra che IVA a parte, andrà interamente a finanziare il progetto. «Pazienza se non rientreremo nei costi, ma è necessario iniziare ad aiutare chi ha fame, perché un giorno non lontano potremmo essere tutti nelle stesse condizioni», chiude Traglio. E se un “vezzo” femminile può fare del bene, farà bene anche a chi lo indossa.

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