Lydia Ourahmane, 324 Photos (Giudecca, Dorsoduro, Poveglia, Cannaregio, Napoli, Mirano, Murano), 2026. Installation view. Courtesy of the artist and the Nicoletta Fiorucci Foundation. Ph. Marco Cappelletti, Marco Cappelletti Studio
Nata da un invito della Fondazione Nicoletta Fiorucci e da un periodo di residenza a Venezia dedicato alla produzione in situ, 5 Works di Lydia Ourahmane indossa le vesti del luogo, ne assume gli odori, ne registra le tracce e rivela le impronte. La mostra, curata da Polly Staple e inaugurata il 4 maggio nella sede veneziana della Fondazione, sarà visitabile fino al 22 novembre 2026. Le sette opere – il titolo smentisce l’effettiva consistenza della mostra, operazione che si addice a un’artista che non esita a definirsi concettuale – restituiscono una materia intimamente connessa alla vita e alla quotidianità della Serenissima, oggetti e fenomeni che i cittadini osservano e attraversano, senza immaginare che possano divenire materia espositiva.
Nata in Algeria nel 1992, Lydia Ourahmane è tra le artiste più interessanti della scena contemporanea internazionale. Nel corso della sua pratica ha preso parte a numerose mostre personali e collettive, oltre che a importanti biennali, e le sue opere sono oggi presenti nelle collezioni di istituzioni come Tate, Stedelijk Museum e British Museum. Quella con la Fondazione Nicoletta Fiorucci non rappresenta la prima occasione di dialogo con l’artista: nel 2018 Ourahmane aveva già partecipato a Volcano Extravaganza, progetto promosso dal Fiorucci Art Trust.
Negli spazi veneziani della Fondazione, la prima opera di Ourahmane invita lo spettatore a fare letteralmente luce per osservare la sequenza di scatti che ne riveste le pareti, inserendo una moneta all’interno di Offerta Luce €1 (2026). Se le fotografie, sviluppate da dieci rullini utilizzati a Venezia nel corso della residenza, restituiscono puntualmente i contesti di provenienza degli elementi esposti, la cassetta per le offerte è stata recuperata dalla chiesa di San Giovanni Crisostomo, dove originariamente consentiva di illuminare il San Cristoforo, San Girolamo e San Ludovico di Tolosa di Giovanni Bellini (1513).
È la generosità e la curiosità dei visitatori a rendere possibile l’attivazione dell’opera, che illumina l’intero edificio per tre minuti, senza questo gesto, la mostra resta al buio. L’artista articola in chiave metaforica una riflessione sull’attenzione intesa come esercizio di riconoscimento e attribuzione di valore. Realtà e artificio, funzione e concetto si sovrappongono e si contaminano reciprocamente, in uno slittamento di piani che attraversa anche gli altri lavori.
45.3820696, 12.3294242 si presenta come un molo di dieci metri concepito per essere successivamente installato come punto di approdo per l’isola di Poveglia, tra le più marginali del sistema lagunare e storicamente destinata alla quarantena. A lungo in stato di abbandono, l’isola è da circa un decennio al centro di un processo di riattivazione promosso dall’Associazione Poveglia per Tutti, con cui l’artista ha avviato uno scambio significativo. I pali che sostengono la struttura penetrano nel pavimento come fossero già innestati nel fondale. Un elemento infrastrutturale funzionale che, decontestualizzato, si trasforma in un’installazione dall’inattesa monumentalità.
Giunti al secondo piano, si viene accolti dall’odore caldo e penetrante di un brodo in preparazione. Si tratta di Soup Rock, composta da un pentolone alimentato da un fornelletto e una bombola a gas, in cui ribolle una zuppa, prefigurazione di una potenziale convivialità. Nella sala accanto, misteriosa appare l’inclusione di uno stampo di angelo incastonato nella parete, accanto ad altri stampi provenienti dalla Fonderia Nolana, nei pressi di Napoli. Questo lavoro approfondisce la dialettica tra negativo e positivo che l’artista conduce a partire dal proprio archivio fotografico, introducendo al contempo una riflessione sul tema dell’ospitalità.
Di altro tenore è Manuela, Margherita, Mariana, Monia e Patrizia, una tenda di perline sospesa tra memoria personale e immaginario domestico, che richiama le zanzariere diffuse nell’area mediterranea. Un’immagine che si innesta su quella derivata dalla recente esperienza sull’isola, a partire dalla vista dalla stanza dell’artista sul carcere femminile della Giudecca.
Una riflessione sulla fragilità del sistema turistico su cui si fonda l’economia di Venezia, emerge in 1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels, per la quale Ourahmane recupera lenzuola dismesse provenienti da una lavanderia industriale al servizio degli hotel cittadini. L’opera non si limita a rendere visibile il logoramento della biancheria consunta ma ne rivela le dinamiche sottese, connesse al lavoro manuale e meccanizzato, indispensabile alle diverse fasi del processo.
La mostra dichiara le sue radici relazionali, confermate con forza dall’artista nell’intervista realizzata dalla curatrice Polly Staple. Una dimensione relazionale che si dispiega in più direzioni, tanto nel rapporto con il pubblico, che si colloca a valle di un percorso conoscitivo più articolato, quanto nei rapporti instaurati con le persone, le associazioni e le istituzioni incontrate durante la residenza e con le quali ha attivato collaborazioni concrete.
Il processo creativo raccontato dall’artista, per quanto complesso e ampio, si lascia seguire con chiarezza, mentre la sua restituzione in mostra fa emergere alcune zone di fragilità. Nella trama delle connessioni con le persone si depositano, infatti, aspettative reciproche, difficili da eludere o disattendere. Eppure, è proprio dall’artista che si attende la possibilità di uno scarto, di una deviazione, fino al tradimento di quelle stesse attese.
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