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New York/Le fiere. Tappa ad Harlem, dove è di scena la prima edizione di Flux Art Fair. Decisamente “glocal”

di - 14 Maggio 2015
Harlem da tempo non è più ghetto, ma quel che è certo è che il quartiere più a nord dell’east di Manhattan, a un ponte dal Bronx, è rimasto un’area tra le più colorite e vivaci della Grande Mela. Qui le urla per la strada sono più vive, il caos un po’ più accentuato rispetto a downtown, come se persistesse un po’ di vecchia anarchia, di rivolta.
Flux Art Fair, prima edizione di una fiera di artisti, all’81 della 125esima strada East, è tutto questo, come racconta l’ideatrice e direttrice della kermesse Leanne Stella. Quindi? Quindi qui, su due piani, troverete tutti i crismi dell’arte afroamericana di oggi, con tanto di prezzi sotto le didascalie, nel caso vi innamoraste di qualcosa.
Il lato fiera però, in questo caso, passa in secondo piano. Flux Art Fair è più una mostra che altro, che misura bene la temperatura che si respira da queste parti. Che se non è più quella street art un poco la ricorda: simboli americani di supereroi imbottiti di bossoli, fucili realizzati attraverso peluche (opera di Suprina) che però non tradiscono il loro essere armi da fuoco, i dipinti stilizzati di Religious war di Siegelbaum, che non guardano in faccia né a bianchi né a neri, né tantomeno a ebrei o islamici, i ragazzi del ghetto di Freedom of espression di Andre Woolery e che in realtà sono perfettamente omologati (foto di copertina) e anche le pitture dell’italiano Angelo Bellobono, Transitory Borders, realizzate con il terreno dei Lenape, primi abitanti dell’isola di Manhattan e oggi vittime del l’inquinamento delle loro aree, progetto di cui vi avevamo raccontato in occasione della presentazione newyorchese.
Grande collage per Michael Anderson, Jack da Vinci Jhonson, costruito attraverso la dissezione di una serie di manifesti, e che riporta i simboli delle “istituzioni” dell’America intera e di New York. Chiudiamo con H4 (Harlem, hope, haven &hell) di D.H. Caranda Martin (foto sopra): il messaggio è chiaro; migrare è sempre una speranza, un sogno. La voglia di trovare l’America, specialmente se si arriva da quell’Africa che da queste parti, ormai, sembra lontanissima.

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