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Nuove dal Barocco: lo spazio e il paesaggio del Seicento. A Roma si fa il punto

di - 2 Luglio 2015
Si è tenuto l’ultimo appuntamento con focus sulla mostra di palazzo Cipolla (fino al 26 luglio) “Barocco a Roma. La meraviglia delle arti”. Un grande call for paper per noti esperti e storici dell’arte, tutti chiamati a raccolta per portare al banco le novità degli studi e le intuizioni più originali. Il tema in oggetto: Lo spazio della Roma barocca: il paesaggio ideale e l’illusionismo.
Tra i relatori d’eccezione, Bussagli e Bernardini, già curatori dell’esposizione, Strinati e grandi studiosi come Fagiolo e Portoghesi, Lo Sardo e Lo Bianco. Più voci e più opinioni, stridenti e a volte in sintonia su una delle questioni più tipiche dell’esprit barocco. Molte le novità dove affiorano persino retaggi nordici della stregoneria (Anselmi, UNICAL) nel contesto più magico ed esoterico della cultura del ‘600, dove Kircher la fa da padrone (Lo Sardo).
Segue, con un bell’intervento di Claudio Strinati, la concezione del paesaggio moderno. E si ripercorre il filo dell”invenzione” di Annibale Carracci (a lui attribuita ma commissionata a Francesco Albani!) della lunetta Aldobrandini, cioè il celebre Riposo dalla fuga d’Egitto. L’essenza dell’arte è appunto l’invenzione insieme al disegno e al colorito, secondo una ben nota tradizione del tutto opposta a quella di Zuccari e Vasari.
Il paesaggio di Pietro da Cortona diventa invece più “impastato” con la figura umana per Anna Lo Bianco. Mentre Brill ha una resa più topografica del luogo e perciò più fedele al committente dell’opera.
Un confronto finora impossibile è quello tra la veduta di Allumiere di Cortona e la veduta di Villa Medici di Velasquez che la studiosa mette in discussione avvicinandoli nel tratto dell’esecuzione vivida.
Il programma, ricco, del convegno che va su e giù, e si discute dell’alto dei cieli o delle più terrene figure umane. Con Bussagli si torna a salire i cieli assieme agli angeli di Borromini a Sant’Ivo. Un tema curioso dove cherubini, serafini o angeli a due ali sono inquadrati in un discorso teologico che è e assolutamente sotteso a quello architettonico.
Conservatore del Palazzo Chigi di Ariccia, uno dei Castelli romani ideato dal genio Bernini, Francesco Petrucci sfila una carrellata di esempi sulla pittura e la chiesa triumphans, “Per vedere tutti i martiri possibili e immaginabili-sostiene-basta dare uno sguardo alle pitture di Pomarancio a S. Stefano Rotondo” e per vedere delle anticipazioni del Baciccio, basta osservare la cupola di S Bernardino da Siena, al quartiere Monti.
Per tornare al tema centrale poi, con Salviucci Insolera (Pontificia Università Gregoriana) si parla di Andrea Pozzo. La sua anamorfosi ci proietta dentro lo spazio meditativo, parola d’ordine dei gesuiti di Sant’Ignazio, che non per niente è il primo a sistematizzare la pratica degli esercizi spirituali.
La serie di interventi si sussegue per tutte le due giornate ma è Marcello Fagiolo a chiudere i lavori. Quello che ci fa vedere del barocco è un universo dilatato. Con la dimensione più universale sperimentata dalle scoperte geografiche e scientifiche, le cupole si spalancano verso l’infinito. E se per primo Correggio apre in una prospettiva aerea lo spazio pittorico non sarà così diverso anche a Roma, con la Galleria dei Carracci, o a Mantova con la Sala dei Giganti. E lo spazio del barocco romano si espande al di là dei suoi confini non solo geografici ma anche temporali.
Quando Bruno Zevi dichiarava la storia dell’architettura è anzitutto la storia delle concezioni spaziali andava solo anticipando gli sviluppi delle architetture barocche nel XX secolo. Illusionistico o spazio interno, è da Cartesio in poi che la definizione di spazio, mutuata dal pensiero filosofico, entra per sempre a far parte del vocabolario degli architetti, da Bernini a Borromini e fino a Kapoor. (Anna de Fazio Siciliano)

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