Si tratta forse del più conosciuto scrittore, accademico e saggista turco vivente e il suo “Museo dell’Innocenza” a Beyoğlu, Istanbul, è una delle istituzioni più visitate della città. In realtà “suo” è un termine errato, ma Ferit Orhan Pamuk ha avuto man forte nel realizzare questo scrigno appartenuto alla famiglia Keskin tra gli anni ’70 e ’80, che racconta attraverso una collezione sterminata di piccoli oggetti non solo una storia d’amore ma anche la vita quotidiana della Istanbul di quegli anni. Nobel per la Letteratura nel 2006, Pamuk scrisse Il museo dell’innocenza due anni più tardi, nel 2008, e l’inaugurazione della vecchia casa avvenne nell’aprile del 2012.
Perché vi raccontiamo delle bacheche di Istanbul, e di questo atto d’amore dello scrittore per il luogo dove è nato e vissuto che – come motivò il Nobel – “Nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture”?
Perché domani all’Accademia di Brera, in una giornata di studi a cura di Laura Lombardi e Massimiliano Rossi, si dedicherà attenzione alle relazioni tra romanzo e arte contemporanea, alla nuova concezione museologica e museografica di Orhan Pamuk, a vecchie e nuove tassonomie collezionistiche e alla loro influenza sugli artisti, con una serie di dibattiti (apertura alle 9 del mattino, con i saluti di Salvatore Settis) che prenderanno spunto anche da esempi non solo turchi, ma anche milanesi: le case-museo, per esempio, con Rossana Sacchi e le sue “Note su alcune collezioni, raccolte e accozzaglie milanesi antiche”, Francesco Tedeschi e un resoconto dal titolo suggestivo e ampio d’orizzonti “Raccogliendo cicche di sigaretta. L’infraordinario diventa opera”, o ancora con le parole di Roberto Pinto, “La letteratura come costruzione di realtà”. Con Pamuk a fare idealmente da sentinella ad un modo antropo-etnografico di pensare l’arte, che gli è valso anche il Diploma Honoris Causa da parte dell’istituzione milanese.