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Pasolini, Morante, Bellezza: incontro a teatro. A Milano va in scena “Adulto”. Tra rischi e pericoli, per fortuna!

di - 25 Novembre 2015
C’è chi respira ad alto volume, quasi a voler resistere. C’è chi si muove compulsivamente sulla propria poltrona. C’è chi cerca conforto in un dialogo, più sottovoce possibile, con chi è seduto accanto. C’è anche, addirittura, chi si alza e se ne va.
Se ne va perché si sente bruciato da un’ora di apnea, perché Adulto è questo: un’immersione scabrosa, senza pudore alcuno, urlata con voce di macho o sentimento queer e rivolta a quel “problema giovinezza” che, per tanta umanità, non accenna mai a volgere al termine.
I versi sono quelli di Petrolio di Pasolini, di Aracoeli di Elsa Morante e di Testamento di Sangue di Dario Bellezza e, credente in noi, per quanto forte e acuta sia la vostra conoscenza degli autori e delle dinamiche del palcoscenico, non potrete restare imperturbabili di fronte al nuovo spettacolo di Giuseppe Isgrò (compagnia Phoebe Zeitgeist, dramaturg di Francesca Marianna Consonni) al Teatro dell’Elfo di Milano, per altri soli 5 giorni ancora.
E non potrete stare impassibili di fronte alle crude, esplicite, allucinate descrizioni del “lavoro” di Carlo Valsecchi al pratone della Casilina (oggi si direbbe gang bang) come vittima sacrificale del suo stesso doppio; non potrete restare impassibili di fronte alla rappresentazione dell’ossessione dilagante per il sesso e la sessualizzazione dell’esistenza (e comune non solo tra la popolazione omosessuale); e non resterete impassibili nemmeno di fronte al trauma della bellezza, del disperato bisogno di amore macchiato dalla coscienza dell’odio, visto attraverso quell’appello che, come aveva spiegato perfettamente la prima body art, chiede semplicemente al mondo “mi vuoi?” o, tutt’al più, un “Posso servire a qualcosa?”. Per qualcosa si intende, appunto: poesia, bravura o bellezza, come ci ricorda Morante nel suo dialogo.
Il problema si pone, invece, quando l’accettazione, e la crescita, sono solo fantasmi. E il nostro Adulto resta un bambino disperato, preso dalle suggestioni, dai suoi desideri, dal rapporto morboso con la madre-matrigna, orrenda creatura che oltre a formare plagia e toglie spazio all’affermazione del sé.
Nati borghesi, questo il problema – secondo tutti gli autori – e risultato delle esperienze di Carlo.
Non chiedetevi di scene e scenografie: all’Elfo, come sempre, regna la scarsità degli elementi e dei trucchi: tutto è affidato alla recitazione di Dario Muratore, in grado di trasformarsi da pipistrello a drago, nel compito non facile di rendere teatro le tre prose “maledette” in un solo show vertiginoso.
Unica nota a cui guardare tra neon, cumuli di sabbia, un cavallo giocattolo e qualche secchiello, i led luminosi – uno rosso, uno verde, uno bianco – per un attimo accesi insieme a formare i colori di una bandiera. Di un Paese pieno di “adulti”. Un caso?

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