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Per Concetto Pozzati. Nel giorno dell’ultimo saluto all’artista, Eleonora Frattarolo lo ricorda per Exibart

di - 3 Agosto 2017
«Se io smettessi di dipingere soffrirei molto, ma se smettessero di dipingere gli altri, mi ammazzerei».
Concetto Pozzati se n’è andato l’altro ieri, 1 Agosto 2017, nell’altra dimensione, a rincontrare gli artisti dai quali aveva tratto il sommo piacere di godere pazzamente, e senza i quali, come usava dire, non avrebbe potuto vivere.
Ora che non lo vedrò più passare quasi ogni giorno sotto il portico di via delle Belle Arti per raggiungere lo studio di via Zamboni, amo ricordare la sua voce, quei toni densi, le pause che si aprivano in suoni fondi a volte come voragini, e spesso mi lasciavano di stucco per la limpidezza di poche parole, in cui erano addensati anni di passioni e di sguardi sulla pittura. Di questo vorrei parlare in brevi righe dedicate a Concetto, di come sapeva tradurre la conoscenza della pittura non solo in nuova pittura ma anche, e con potenza, in parole, per chi lo ascoltava e per generazioni di suoi allievi nelle accademie di Urbino e di Bologna, pietre angolari della propria costruzione creativa. Aveva portato nel laboratorio di pittura l’abitudine di una lezione teorica, e questo ben prima della deflagrazione dell’arte concettuale, e in contrasto con l’uso accademico in voga da parte dei “Maestri” di fare dei propri allievi delle copie minori di se stessi. Pozzati entrava nel linguaggio precipuo del lavoro dell’allievo e ne faceva affiorare la singolarità espressiva, esplorando le pieghe della materia poetica per illuminare la consapevolezza del suo autore, per consegnarla alla sua coscienza.
La mostra “Atelier Pozzati”, che nel 2016 Antonio Grulli curò nell’Autostazione di Bologna esponendo opere di Concetto e di alcuni allievi iscritti tra il 1976 e il 2004 nell’Accademia della stessa città, in fondo chiariva anche la complicità esistente tra Pozzati e artisti sostanzialmente distanti dal suo fare e dal suo pensiero sull’arte.
Nel 2015 curai “Croquis de voyage” di Omar Galliani. Lasciai nella segreteria telefonica dello studio un messaggio a Concetto, dicendogli, ti aspettiamo. Pozzati arrivò nell’Aula Magna dell’Accademia di Bologna, elegantissimo nella mantella di loden verde, appoggiato al bastone guardava sorridendo un Artista maturo [Galliani] commosso per la presenza del Maestro. «Il suo migliore insegnamento – dice Galliani – era la “conoscenza” onnivora dell’arte unita ad una grande eleganza della parola e del fare. Mi diceva, ciò che devi conoscere, è il tuo segno, distinguendolo dalla moltitudine di altri segni, senza mai sottovalutarli, conoscendoli, frequentandoli, superandoli».
Proveniva da una cultura di ambito “vociano” e da una famiglia di artisti: suo padre, Mario Pozzati, e suo zio, “Sepo”, che volle raggiungere per un periodo a Parigi, nel tempo straordinario dell’incontro con i testi di Savinio e De Chirico. Nel 1991, per una serie di trasmissioni radiofoniche dedicate al collezionismo, su RAI 3, mi concesse una lunga intervista. In quel periodo era particolarmente intento anche a curare mostre, perché, diceva, «Non c’è priorità nell’organizzare una mostra o nel dipingere un quadro, è provabile che sia importante anche fare una conferenza, o semplicemente leggere, preferibilmente scritti degli artisti, cose anche piccole, quasi secondarie, ma incredibili, come il diarietto di Scipione, che è sconvolgente, o il piccolo diario di Mafai, o gli scritti di quel burbero maestro schivo che era Sironi». Mi mostrò la sua collezione di disegni, e mi si aprirono nuovi scenari. Con quei suoi occhi sulla “centralità dell’opera”, alla faccia di quella critica che di tutto si occupava e si occupa tranne che del corpo dell’arte. Lo vedevo davanti a me, un Artista che era anche un grande collezionista; grande perché scopriva semmai il quadro “brutto”, e diverso, di un artista importante, non confezionato, nascosto, laterale, non omologato.
Ora è Massimo Pulini, a scrivere: “Per me era l’ultimo degli Incamminati, una dinastia tutta bolognese di artisti insegnanti, nata ai tempi della libera Accademia dei Carracci. Dalle sue parole, potenti e lucide, sempre aggiornate nello sguardo, iniziava un processo di forgiatura che, da allievo, sentivi accadere dentro di te. Immensa gratitudine”. (Eleonora Frattarolo)

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