Lucio Angeletti è scomparso sabato, a Bologna. Aveva esordito nei primissimi anni ottanta nel gruppo degli Enfatisti, movimento artistico coniato dalla critica Francesca Alinovi. In vita è stato pittore, fotografo, rocker e appassionato viaggiatore, specialmente in Africa.
History is a Petrie dish
the living will soon outnumber
all the dead
i giovanissimi
in a progressively expanding sphere you can almost reach
and crumple in your fist
David Rattray
Lucio era uno di questi giovanissimi, nel testo di Francesca Alinovi che chiudeva il catalogo della mostra “Ora!”
L’Enfatismo e l’Enfarte erano ancora brodo di coltura, in quel piccolo vetro di Petri, laboratorio di sperimentazione e fertilissimo terreno in provetta, che fu la Bologna dei primi anni ’80. Lucio si è formato ed immerso in questa cultura, è cresciuto ed ha reagito reinterpretandone ogni possibile ruolo. Da autodidatta dadaista ha indossato le maschere e giocato con icone che hanno pervaso lo stile sottoculturale degli anni ottanta, ed i suoi remake; ne ha fatto un’algida divisa. Spesso si è letteralmente trasformato come il De Niro che ingrassa per meglio interpretare Jack La Motta. È stato James Dean, Arthur Cravan, Elvis Presley…e persino il Jack Nicholson di Shining. Performance, fotografia e musica con tenacia, coraggio e generosità. Ha imbracciato basso e chitarre elettriche, indossato guantoni e fotografato, dipinto, cantato, filmato e danzato, come tanti giovani che hanno traghettato la Bologna politica nella vertigine dell’artistico. Si è nutrito del desiderio diffuso di una città forse decadente, ma non ancora gentrificata.
Lucio era colto e spregiudicato e non lo ricordo, solo per le poche, pochissime mostre fatte assieme, tra tutte la bellissima “Trilogy of the artist and their partner” da Luciano Inga-Pin, a Milano, anche lui un pioniere dimenticato.
Ho in mente soprattutto le tantissime incazzature, sostituitesi alla dolcezza dei suoi esordi, che pare siano durate fino all’altro ieri. Lo ricordo per le mostre non fatte, per l’oblio in cui il sistema dell’arte, che di lì a poco avrebbe cercato i giovani artisti con le dita unte di pop-corn, lo aveva relegato e che come tanti “teppistelli” come noi, scontavano un involontario no-contest nell’angolino buio del contemporaneo. Come ha scritto Andrea Renzini per una mostra di Angeletti, in uno dei tanti come back di cui sono a conoscenza: “New York e Graceland erano i terminali di Lucio, Lydia Lunch e William Burroughs i suoi soggetti, Alan Vega il suo alter ego”.
Poi è stato assistente di bravi fotografi e per tante ragioni non l’ho più visto, mai nel ruolo comunque di Lucy Mascella nelle sue performance musicali al Casalone di San Donato. Lo ricordo, solare, durante le riprese di Fadeout, un film tutto da ricostruire al quale aveva voluto aggiungere i suoi spezzoni in super otto dei cortei degli anni ’60, lui che veniva come me da un quartiere operaio. Ricordo le prove suono improbabili per il suo basso, in cui mi malediva perché suonavo strumenti giocattolo. Era la bella edizione della Settimana della Performance, che fece un po’ conoscere il nostro lavoro, in cartellone con Maurizio Marsico, Orlan e Luigi Ontani.
Se vado più indietro con la memoria siamo due adolescenti inquieti, nelle occupazioni dei licei bolognesi quando assieme suonavamo De André, punk e Claudio Lolli. Scrivendo mi accorgo che mi è mancata con lui un’ultima conversazione (sic!). L’ultima risale a qualche anno fa e fu quasi distesa…ma davvero evanescente. Chissà, mi auguro di poterla avere quando, prima o poi, qualcuno metterà davvero mano ai suoi archivi e alla sua inedita produzione. Immagino che lì ritroveremo la sintonia con le Capitali dell’arte, le opere giuste e al momento giusto ma, soprattutto, un capitolo che a me manca totalmente, gli echi di un’Africa che ha attraversato davvero come un Rimbaud contemporaneo. E speriamo di ritrovare anche intatta la verità postuma per un artista, non certo tra i più accessibili. (Ivo Bonacorsi)