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Periferie, da Milano all’Europa: un tema caldissimo che si discute nel nuovo incontro di “Poliedrico Itinerario”. Breve intervista all’architetto Marco Ermentini

di - 13 Dicembre 2016
Architetto nel team del G124 creato da Renzo Piano, Marco Ermentini stasera sarà al MAC di Milano in dialogo con Fulvio Irace, per raccontare in un nuovo incontro promosso dall’Associazione Necchi Cerchiari, e intitolato “Una nuova architettura per una nuova società”. Il tema? Caldissimo. Le periferie. Sono la città che lasceremo alle generazioni future, i luoghi della speranza, sono quelle strade dove “accade” la street art e dove si integrano e scontrano culture, sono i brandelli vivi di una città. Abbiamo chiesto a Ermentini di raccontarci, in concreto, qualche esempio. Per esempio di quel che è successo al Giambellino, proprio a Milano, da un anno “preso” dagli stessi giovani del G124, pronti non tanto a cambiarlo, quando a sostenerlo e a farlo mutare.
Che cosa è successo al Giambellino, da un anno a questa parte?
«Da quando ce ne siamo occupati al Giambellino sono successe molte cose: il comune assieme alla regione sta sviluppando un grande progetto di Master Plan redatto da Infrastrutture Lombarde del valore di ben 80 milioni di Euro, la nuova metropolitana quattro sta avanzando con due stazioni e il capolinea, il nuovo sindaco Giuseppe Sala ha indetto la prima giunta dopo le elezioni proprio al Giambellino e ha indicato come sua “ossessione” il tema delle periferie. Proprio in questi giorni l’Amministrazione presenterà il proprio piano sulle periferie. Speriamo bene».
Nell’introduzione all’incontro si mettono in parallellelo periferie (tema rovente, per il quale la Direzione Generale guidata da Federica Galloni recentemente ha coinvolto anche una serie di fondazioni per l’arte contemporanea, disponendo progetti per il prossimo anno) e zone sismiche. Più che nella “conservazione”, dove si situa il punto comune tra questi luoghi?
«Il tema del “rammendo” proposto da Renzo Piano ha efficacemente aperto nuove porte per un’azione coordinata tra le discipline. In effetti il nostro paese ha bisogno di una grande azione per abbattere le separazioni . Se siamo in grado di rammendare qualcosa saremo in grado di riparare anche i rapporti umani. È una necessità terapeutica per ricucire, allo stesso modo la ricucitura delle parti della città vuole dire connettere le parti separate, non solo quelle fisiche, ma anche eliminare le separazioni che danneggiano. Le separazioni tra le discipline: gli architetti debbono dialogare con gli economisti, i sociologi, gli ambientalisti. Le separazioni tra teoria e pratica che hanno provocato gravi danni al nostro territorio. Le separazioni tra gli enti che decidono il governo del territorio e che si contrappongono provocando disfunzioni e paradossi. Le separazioni fra le parti delle città che costruendo muri fra i luoghi hanno favorito la segregazione. Le separazioni tra i vecchi e i giovani: nessuno è più interessato a essere l’anello di congiunzione tra le generazioni e a sentirsi parte di un passato condiviso. Le separazioni tra le funzioni: da una parte la produzione e dall’altra la residenza. Le separazioni tra gli abitanti di diversa origine etnica e condizione sociale. Insomma, ricucire le separazioni vuole dire recuperare il significato delle cose a partire dalla loro connessione. L’architettura è la sintesi di tutto il sapere e del suo rapporto concreto con il mondo, quindi recuperare l’arte della tessitura ci può essere, in questo momento difficile, di grande aiuto; non dimentichiamoci che per gli antichi greci oltre che al tessere propriamente gli abiti, significava anche la tessitura del destino delle nostre vite. L’azione sulle periferie del G124 nel prossimo anno si sposterà sul tema del grande progetto per mettere in sicurezza il grande patrimonio edilizio a rischio sismico. Un’attività decennale che riguarderà molta parte degli edifici lungo gli appennini dal Nord al Sud. Sia il progetto sulle periferie che quello sul rinforzo sismico non sono progetti di conservazione ma azioni per aumentare la qualità della vita degli abitanti».
C’è differenza tra le periferie italiane e quelle di altre città europee? Sono meglio o sono peggio?
«La situazione in Europa ha molte analogie, ma in sostanza le periferie italiane sono alquanto differenti. Ad esempio , per fortuna, da noi non ci sono stati massicci progetti di aree di edilizia economico popolare come in altri Paesi. Questo fatto ha comportato alcuni casi incresciosi ma non troppo estesi. Ad esempio in Francia si sono realizzati grandi agglomerati che ora presentano gravissimi problemi di tutti i tipi. Questo non vuole dire che nel Belpaese tutto vada bene; al contrario ci sono tante ferite ma sono abbastanza localizzate. Renzo Piano ha avuto il merito di mettere al centro il problema delle periferie che, in fin dei conti, sono la città del futuro, nonostante tutto. Lo si legge anche nel primo “Diario”, che parla proprio dell’esperienza del Giambellino, edito in questi giorni da Skira».

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