Le pareti della solitudine è un romanzo/saggio scritto con un linguaggio simbolico e poetico tra il 1975 e il 1976 e frutto dell’esperienza di Ben Jelloun come psicologo in un centro di accoglienza per immigrati a Parigi. Quel che desta l’interesse di Ben Jelloun non è il lavoratore nella fabbrica o nel cantiere, ma quello stesso uomo fuori dalle ore di lavoro: la sera, le domeniche, i giorni festivi. La struttura narrativa dello spettacolo riprende e sviluppa in forma poetica, non realistica, il tema della solitudine e dell’estremo malessere nello scontro fra differenti culture. Il protagonista è uno dei tanti emigranti che trascina la propria vita e il proprio corpo in una città a lui estranea. Una persona invasa dai sogni che sopravvive grazie alla capacità di inventarsi una vita anche se fatta di chimere e nostalgia. Quell’uomo, quell’emigrante, potrebbe essere nato in qualsiasi paese, sotto qualsiasi orizzonte, poco importa la sua nazionalità.
Il percorso sonoro, musica e canto di Maly Dialy Cissoko (uno straordinario musicista senegalese che vive da alcuni anni in Italia) e Mirio Cosottini con la tromba, si intreccia con il linguaggio simbolico e poetico della narrazione, interpretato da Fernando Maraghini ; si inserisce sulla valenza sonora della parola e ne amplifica la forza comunicativa diventando parte integrante del progetto drammaturgico.
Jaume Plensa , uno dei più significativi artisti contemporanei, cura la scenografia con un allestimento che sfrutta gli ampi spazi del contenitore Fabbricone.
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