Con il gatto in testa, il ciuffo ribelle, con gli occhiali da vista enormi, le labbra serrate, perfettamente sbarbato e con le basette rifinite con precisione, la foggia ricercatissima delle camicie. Raramente con lo sguardo fisso nella camera, più spesso obliquo verso l’alto, il basso, in qualunque direzione. Abbiamo visto Steven Patrick Morrissey in centinaia di modi diversi e sempre molto coerenti con un’idea di rappresentazione ricercata e pop insieme, proprio come conviene a un’icona, immagine di un certo spirito del tempo da diverse decadi, intellettualmente lontano dagli eccessi delle rock star e orgoglioso di questo atteggiamento. Sappiamo tutto di lui, dagli esordi con gli altrettanto leggendari Smiths alle prese di posizione a favore dei diritti degli animali, conosciamo la sua passione per Pier Paolo Pasolini e per Rita Pavone, tutti i particolari del difficile rapporto con David Bowie, gli sfottò rivolti a Madonna, la lotta contro il cancro, «se devo morire morirò, quando non ci sarò più potrò riposarmi». E prima di diventare Morrissey?
Già qualche anno fa, il cantautore diede alle stampe un’autobiografia, edita da Penguin ma senza permesso di traduzione, mettendo nei guai la Mondadori che aveva annunciato la pubblicazione del testo. Ma i fan di tutto il mondo, insaziabili di particolari, potranno avere soddisfazione con
England is mine, biopic non autorizzato di Mark Gill, incentrato sull’adolescenza di Mozzer, interpretato da
Jack Lowden. Il racconto riguarderà il periodo della formazione, gli studi e le esperienze che ne avrebbero segnato il futuro, compreso l’incontro con
Johnny Marr, poco prima di formare gli Smiths. Sullo sfondo, il Regno Unito tra gli anni ’70 e gli ’80, tra Margaret Thatcher, la Lady di Ferro, e il post punk. In attesa dell’uscita nelle sale, ad agosto, il primo trailer è stato recentemente pubblicato ed è visibile
qui.
In alto: Steven Patrick Morrissey ritratto da Juergen Teller nel 1990