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Roberto Benigni contro Report. La trasmissione televisiva diffidata per una inchiesta sugli Umbria Studios

di - 18 Aprile 2017
La casella di posta di Report sarà piuttosto congestionata, in questi ultimi giorni. E non per buone nuove. Già Matteo Renzi, dopo la puntata andata in onda il 10 aprile scorso, aveva minacciato di sporgere querela contro la storica trasmissione giornalistica targata RAI e in onda dal 1997. In quel caso, sotto accusa è finita l’inchiesta sulle presunte facilitazioni governative nella promessa di appalti in Kazakistan a favore di Massimo Pessina che, nel 2015, rilevò l’Unità, testata a rischio fallimento e attualmente controllata dal Partito Democratico e dalla Piesse, società di Guido Stefanelli e dello stesso Pessina. Adesso tocca a Roberto Benigni far parlare i suoi avvocati.
Nella puntata trasmessa il 17 aprile, un servizio ha raccontato la vicenda di Papigno, 500 anime in provincia di Terni, che l’attore avrebbe voluto trasformare nella sede di un importante studio cinematografico. Secondo il progetto iniziale, gli Umbria Studios, allestiti in una ex fabbrica di proprietà del Comune, avrebbero dovuto far concorrenza a Cinecittà e non solo per il nome altisonante ma anche per la profusione di investimenti, tra pubblici, europei, statali e locali, stimati da Report in 16 milioni di euro, una cifra che l’avvocato di Benigni contesta. Succede, però, che l’attore non riesca a vestirsi da imprenditore e Papigno diventi un buco nero nel quale i liquidi sfociano nel passivo: 5 milioni di euro di debiti. Non era un buon momento per il premio Oscar, reduce anche dal mezzo flop al botteghino di Pinocchio, girato proprio a Papigno e costato 45 milioni di euro, il film più costoso della storia del cinema italiano. Ma, con un coup de théâtre, ecco che a salvare la situazione, nel 2005, arriva proprio Cinecittà. La S.p.A. presieduta da Luigi Abete e partecipata da importanti imprenditori privati, tra i quali Diego Della Valle e Aurelio De Laurentiis, rileva importanti quote di partecipazione e inizia a risanare i conti, versando, fino a oggi, 3,9 milioni di quei 5 in rosso. Ma la stessa Cinecittà non è che navighi in buone acque e, dopo la privatizzazione con la legge n.346 dell’ottobre 1997, sembra imminente un suo ritorno tra gli enti pubblici. Alla fine ci pensa sempre il buon, vecchio Stato.
Intanto, com’è giusto che sia, tutti i giornali stanno discutendo del caso e i blocchi sono fieramente contrapposti. Da un lato, l’Unità, che descrive le macchinazioni della «macchina del fango a senso unico contro l’italiano più amato al mondo» e punta il dito contro ben altri e più gravi problemi. Dall’altro, Il Fatto Quotidiano, che parla di «morale selettiva» ricordando quando, nel 2011, fu Benigni stesso a difendere strenuamente il programma televisivo contro le censure berlusconiane.

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