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Scattare davanti all’orrore. Helena Janeczek vince il Premio Strega con la storia di Gerda Taro

di - 6 Luglio 2018
Helena Janeczek si è aggiudicata il Premio Strega per il romanzo “La ragazza con la Leica”, pubblicato da Guanda, con 196 voti, riuscendo a superare Marco Balzano, autore di “Resto qui”, edito da Einaudi, che si è fermato a 144 voti. Il premio è stato assegnato nel corso della serata finale svoltasi al Ninfeo di Villa Giulia.
La scrittrice nata in Germania e naturalizzata italiana era tra favorite e la notizia porta con sé diversi risvolti. Infatti, non solo è la prima donna dopo 15 anni ad aggiudicarsi lo storico premio istituito a Roma nel 1947, l’ultima fu Melania Mazzucco, nel 2003, ma si è anche interrotto un monopolio detenuto dalle case editrici maggiori, visto che negli ultimi 10 anni è stata una lotta tra Einaudi, Rizzoli e Mondadori – la fusione tra questi ultimi due risale al 2016 – mentre per Guanda si tratta della prima volta.
“La ragazza con la Leica”, romanzo che ha richiesto sei anni di lavoro, è ambientato nella Spagna degli anni ’30, quella compresa tra la fondazione della Seconda Repubblica e il suo rovesciamento con la Guerra Civile, a opera del dittatore Francisco Franco. In questo contesto, si racconta la storia di Gerda Taro Pohorylle, fotografa tedesca autrice di famosi reportage di guerra e compagna, non solo di vita, di Robert Capa. «Il libro si apre con fotografia scattata quasi contemporaneamente dalla protagonista, Gerda Taro, e dal suo compagno Robert Capa. È un romanzo che cerca di riportare in vita la prima fotografa di guerra morta a neanche 27 anni durante la guerra civile spagnola. Volevo farla rivivere come sono vive le persone a cui abbiamo voluto bene. Era una donna indipendente e affascinante e Hemingway la definii una puttana ma la moglie replicò dicendo che lui non capiva molto di donne», ha spiegato Janeczek.
Gerda Taro – che aveva origini ebraico-polacche, proprio come la scrittrice che, però, ha ammesso di non essersi identificata con il suo personaggio – entrò a far parte del Partito Comunista, cosa che le valse il carcere e, dalla Germania, scappò a Parigi, dove conobbe l’ungherese Endre Friedman, che la iniziò all’arte e alla tecnica della fotografia. Insieme decisero di inventare il personaggio di Robert Capa, un immaginario e celebre fotografo americano, giunto in Europa per lavorare. Nel 1936 entrambi decisero di seguire sul campo gli sviluppi della guerra civile spagnola, facendosi apprezzare per il coraggio nel seguire gli eventi in prima linea, anche prendendo direttamente parte alle azioni, testimoniando gli orrori dell’uomo ma anche il suo eroismo e la sua passione. Morì il 26 luglio del 1937, a seguito di un terribile incidente: fu investita da un carro armato repubblicano durante uno spostamento di truppe.
Ma è una storia che, dall’individuale, si amplia fino a coprire il ritratto di una generazione e procede senza seguire un ordine preciso, scandita solo dai ricordi degli altri, di coloro che furono vicini alla donna: «I personaggi del libro sono i più vicini a lei, una donna che racchiude lo spirito del tempo e resta nel cuore di queste persone: un cardiochirurgo innamorato di lei, un’amica del cuore e il suo fidanzato prima di Robert Capa», ha commentato l’autrice.

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