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Se io sono qui, dov’è l’altro da me? Tom Johnson ci parla della sua performance da Raum

di - 16 Dicembre 2017
Chi è lui, chi è l’altro, chi sono loro, chi siamo noi? Oppure, dal punto di vista logico e linguistico, oltre che spaziale, come si fa a identificare la differenza tra il sé e l’altro? Da questo orizzonte incerto prende le mosse And Where are all the people?, performance inedita che Tom Johnson, con Peter Judd, Diego Scroppo e Maurizio Rabino, ha pensato appositamente per Raum, lo spazio di Xing, a Bologna, dedicato al sostegno della produzione culturale contemporanea, dove sarà presentata sabato, il 16 novembre. Johnson, artista statunitense basato a Torino, metterà in scena «una struttura realizzata quasi esclusivamente dalla mia posizione e dalla statura di quell’uomo là». Cosa vuol dire, esattamente? L’abbiamo chiesto all’artista.
La tua performance si apre con una domanda che suona enigmatica e un po’ sinistra, “And where are all the people?”. Cosa ci aspetta? Che storia ci racconterai?
«È sinistra. Molto probabilmente perché la performance è l’espressione dell’ira ingiustificata verso coloro che vengono percepiti superficialmente come “altra gente”. Ad esempio, io ho bisogno che la gente venga alle mie performance per “condividere la mia visione”. Però le persone possono essere pericolose perché le loro scelte e azioni non sono sotto il tuo controllo. A volte io non sono in grado di giudicarle in modo accurato e quindi commetto gravi errori. A volte sono loro a comportarsi male. Inoltre, provo un senso di tristezza e rabbia per il fatto che le persone a cui tengo hanno passato la vita con la sensazione di non essere mai state veramente soddisfatte, di non essere state in grado di capire, di “vedere attraverso” per arrivare al meglio, mentre altri che non rispetto hanno avuto grandi soddisfazioni. E di chi è la colpa allora? Certo, la colpa sta da molte parti. Ma sarebbe estremamente soddisfacente se quella colpa potesse essere localizzata in un punto, e presa a botte».
In questo tuo lavoro, quanto è importante la dimensione relazionale? Che risposta ti aspetti dal pubblico?
«La performance è provocatoria. Stando di fronte ai presenti, critico il pubblico e la gente in generale, e raccomando di non dare loro nessuna opportunità. Questo è chiaramente assurdo. La mia provocazione è bilanciata dal fatto che l’esempio di comportamento corretto che dò è evidentemente quello di un tiranno, Pietro il Grande, lo zar di Russia. Metto in contrasto i suoi successi con gli esiti – forse – fallimentari di un caro amico di famiglia, Peter Judd, che sta invecchiando ed ora è vulnerabile. Le mie aspettative dal pubblico sono quelle classiche: rispettare la cornice dell’opera d’arte, riconoscere la forma astratta del mio attacco, comunicare con me rispettosamente se lo desiderano e che anche loro possano creare opere come risposte alla mia opera e, ovviamente, anche indipendentemente da essa».

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