In questi giorni viene reinterpretato in tutti i modi. Stiamo parlando del logo a cinque cerchi colorati delle Olimpiadi, il protagonista assoluto di questa edizione londinese, che ovviamente però non ha solo pubblico a favore ma anche una cospicua schiera critica. Contro le masse, contro i loghi e contro l’iper-protetto da copyright, marchio di fabbrica olimpico. La prima esplosione, e anche la più famosa tra la street art inglese, è uscita l’anno scorso, quando da Bristol arrivò l’immagine di un uomo incappucciato che si stava portando via l’anello rosso, firmato dal writer Criminal Chalklist. Poi sono arrivati gli anelli trasportati dalle controfigure dei Beatles, su Abbey Road e, in tutti i modi e in qualsiasi salsa, stanno spuntando come funghi magliette, gadget e murales che prendono di mira in senso tagliente, sarcastico, maleducato, ironico o politico il simbolo dei giochi.
I funzionari olimpici incaricati di proteggere il logo sono sorprendentemente tolleranti verso questa esplosione popolare ma sono sono stati scandalosamente senza appello con le piccole imprese che hanno cercato di entrare nello spirito “olimpico” con qualche prodotto a sei anelli.
Alcuni mesi fa un fioraio di Stoke-on-Trent ha dovuto immediatamente smettere di utilizzare una carta avvolgente (non autorizzata) che riportava il logo olimpico, pena una serie di sanzioni penali. Stessa sorte al proprietario di un caffè a Camberwell, a cui è stato stato ordinato di rimuovere le cinque ciambelle incastre che aveva messo nella sua vetrina e, ancora più assurdo, il Café Olympic di Stratford ha dovuto cambiare il suo nome in Café “Lympic”.
Misure che insomma non sono di certo passate inosservate, anche perché gli esercizi privati e i loro modi di sfruttare l’occasione olimpica non hanno nulla a che fare con la storia degli sponsor e delle polemiche sulle griffe “escluse” dalla manifestazione. Qui si tratta solamente di accaparrarsi un po’ di pubblico con ingegno o, tutt’al più, di calarsi meglio nello spirito della manifestazione. E meno male che, per ora, è rimasta la critica graffiante dei graffiti.