Jean-Baptiste Durand
Alla Milano Design Week, da qualche anno, la geografia più interessante non coincide più soltanto con i nomi canonici del Fuorisalone. Non è solo una questione di indirizzi, di cortili, di capannoni riattivati, di hub ormai riconoscibili. È una questione di relazioni, di traiettorie che si intrecciano, di pratiche che arrivano a Milano non soltanto per mostrarsi, ma per verificare la propria tenuta pubblica, entrare in dialogo con altri contesti produttivi, misurare il proprio potenziale nel mercato europeo, o persino mettere in discussione l’idea stessa di evento.
In questo scenario, la Design Week somiglia sempre meno a una somma di quartieri e sempre più a una rete multilivello. Ciò che emerge è un ecosistema indipendente, poroso, mobile. Molto concreto. Qui si intravedono economie ancora minute ma già incisive, alleanze transnazionali, forme di curatela che non passano soltanto dall’allestimento ma dalla costruzione di fiducia, contesto, ascolto.
Ad Alcova, Jean-Baptiste Durand presenta una serie di apparecchi luminosi concepiti a partire da stock inutilizzati di vetreria da laboratorio. Ogni pezzo contiene un recipiente colmo d’acqua che, grazie a un dispositivo per la nebulizzazione, si trasforma in nebbia. La reazione è illuminata da Led inseriti nella geometria dell’oggetto, così che la luce venga trasportata da una materia intangibile e imprevedibile. Le opere sono pensate come piccole architetture, in cui i volumi aprono un passaggio alla propagazione del vapore. A queste si affiancano altri arredi, in dialogo con l’installazione presentata simultaneamente a BASE, in via Tortona.
Il caso di Durand restituisce con chiarezza uno dei movimenti più eloquenti della Design Week indipendente, la circolazione tra nodi diversi ma complementari dello stesso ecosistema. Milano, per un designer che arriva dall’esterno, offre la vertigine della scala e insieme la possibilità di mettere alla prova un ampliamento del proprio linguaggio. Lo dice lui stesso: «È una grande opportunità essere qui. L’anno scorso sono venuto per la prima volta come espositore ed è stato gratificante. Non avevo mai vissuto niente del genere. Tantissime persone, tantissime opportunità». E aggiunge, a proposito dell’invito ricevuto da Boisbuchet a BASE: «Ho detto loro che volevo prendere possesso di una stanza, proporre un’esperienza immersiva, perché desidero che il mio lavoro si sposti anche verso l’interior design. Sono davvero grato che mi abbiano dato questa sorta di carta bianca. È molto appagante lavorare con persone che hanno fiducia in te».
Nelle lampade di Durand, il dato tecnico e quello atmosferico non si escludono, si correggono a vicenda. «Mi piace questa idea di tensione. E anche il termine “contrasto”: tecnicità contro organico. Forse potremmo dire che è una metafora del modo di vivere oggi, trovare un equilibrio tra il progresso tecnologico e il rispetto per ciò che non è umano». La riflessione non si ferma all’oggetto, ma investe il ruolo stesso del designer: «Con Simon Geringer saremo curatori della prossima Paris Design Week e vorremmo rompere i confini tra design, arte, artigianato. Ignorarli, evitare le categorizzazioni, è qualcosa che ci spinge». Più avanti, il discorso si fa ancora più netto: «Stiamo affrontando grandi questioni, soprattutto il cambiamento climatico, e il ruolo del designer potrebbe essere essenziale per contribuire a modi più intelligenti di produrre».
Atelier Barb, studio con base ad Amsterdam fondato dal duo Safiye Ozkan e Haydar Bayindir, lavora tra oggetti, installazioni spaziali, experience design, food design e ricerca sui materiali. Composed to Decompose nasce da un’indagine avviata nel 2021 su un materiale sviluppato internamente a partire da scarti alimentari e da un legante vegetale formulato in due anni di ricerca. Il risultato, definito bioceramic, è un composito biodegradabile, resistente al calore, idrorepellente e durevole, modellato e colato a mano pezzo per pezzo nello studio. Ogni oggetto conserva la memoria della propria origine, gusci d’uovo, foglie di carciofo, fondi di caffè. Nella stessa traiettoria si colloca anche Sonra, collezione fusa a mano in alluminio riciclato in una fonderia di Karaköy, a Istanbul, e rifinita ad Amsterdam.
Se molta parte della Design Week continua a essere regolata dall’urgenza della novità, Atelier Barb introduce un’altra temporalità, più lenta, più stratificata, più ostinata. Non come posa estetica, ma come condizione del progetto. «Composed to Decompose è iniziato durante il lockdown, nel nostro ultimo anno di università. Un momento di immobilità forzata che è diventato una domanda inattesa: che tipo di designer volevamo essere?». È in quella sospensione che nasce una ricerca materica fondata sull’esperimento, sul tempo, sul fare in proprio. E infatti precisano: «Il nostro approccio è sempre stato materiale prima di tutto. Non siamo contro l’industria della produzione. Pensiamo che sarebbe una posizione irrealistica. Crediamo però che questo materiale abbia la capacità di cambiare qualcosa al suo interno, e la ricerca non si ferma mai».
La lentezza, nel loro caso, non è un racconto di contorno. «La lentezza non è qualcosa che comunichiamo attorno al progetto. È il punto. La comunichiamo non rallentando esteticamente le cose, ma rendendo leggibile nell’oggetto stesso la linea temporale del materiale». Per questo l’impatto formale non viene sacrificato, ma si radica nell’uso e nella prossimità: «L’oggetto appartiene già alla tavola prima ancora di raggiungerla». E quando si tratta di definire il proprio lavoro, Atelier Barb rifiuta le etichette troppo comode: «Resisteremmo alla scelta tra le tre definizioni, e forse proprio questa resistenza è la risposta. Composed to Decompose opera fuori dalla logica industriale, dall’approvvigionamento alla realizzazione, e questo lo rende in un certo senso un modello produttivo. Ha una posizione chiara sul rapporto tra estetica e origine, dunque è anche un’affermazione di design. E sì, contiene una critica, ma silenziosa».
Technospoonism di Bianca Carague, esposta da BASE, è una collezione speculativa di gioielli che funzionano come oggetti da tavola, bracciali che diventano piatti, anelli che si trasformano in forchette, pendenti intesi come contenitori. Il progetto immagina un futuro del kamayan, la pratica filippina del pasto condiviso consumato con le mani, all’interno di uno scenario segnato da mediazione tecnologica, scarsità alimentare e crisi ecologica. Ispirata al batok, il tatuaggio tradizionale filippino, ma concepita in forma rimovibile e mutevole, la collezione propone una grammatica gestuale nuova per la convivialità, mentre una cucina della conservazione, con ingredienti sospesi in strutture traslucide di agar-agar, traduce la necessità in estetica rituale.
Nel lavoro di Carague, il progetto non costruisce soltanto una serie di oggetti speculativi, ma mette in tensione corpo, rito e trasformazione culturale. L’intuizione iniziale nasce proprio da questo attrito: «Technospoonism è nato come una tensione intuitiva che volevo esplorare. Volevo indagare il modo in cui l’ornamento e il mangiare accadono entrambi sul corpo». Da qui prende forma una riflessione che intreccia il kamayan, pratica legata all’abbondanza e alla condivisione, e il batok, linguaggio cerimoniale e permanente. «Sono, in qualche modo, l’opposto di ciò che ci si aspetterebbe di trovare in un futuro che appare incerto. Volevo capire come questi aspetti della tradizione filippina potessero sopravvivere assumendo una nuova forma».
La forza del progetto sta proprio in questo spostamento, non preservare la tradizione come reliquia, ma interrogarne la capacità di mutare. «Se le risorse diventano più limitate e la disponibilità di cibo cambia per effetto del clima e della tecnologia, che cosa accade a una pratica come il kamayan, così profondamente radicata nella tattilità e nell’abbondanza?». La risposta, per Carague, passa attraverso una ritualizzazione del gesto alimentare: «Viviamo già in un momento in cui i sistemi di consumo vengono messi in discussione. E allo stesso tempo esiste un desiderio di riconnettersi al rito e al significato. Volevo tracciare una linea tra queste due dimensioni e pensare a come il mangiare potesse diventare un atto cerimoniale». E ancora: «Per me, proteggere la specificità culturale significa anzitutto radicare il lavoro nel significato, non nel riferimento di superficie. Kamayan e batok non sono solo linguaggi visivi. Parlano di comunità, identità ed eredità». Non c’è qui alcuna esotizzazione compiacente. «Spero che il lavoro diventi uno spazio di scambio, in cui i riferimenti culturali vengano accolti con curiosità, invece di essere consumati troppo facilmente, e quindi appiattiti».
Per la Milano Design Week 2026, Natalia Criado e Laboratorio Paravicini presentano Metalia, collezione di oggetti da tavola in ceramica e metallo nata da una ricerca comune su geometria, contrasto materico e ritualità della tavola. Il progetto riunisce i piatti artigianali di Paravicini, nelle famiglie decorative Lamina e Sfere Colorate, con gli oggetti metallici di Criado, tazze da caffè, vasi, coppe, posate, accessori e nuovi elementi legati al rituale dell’aperitivo. Le superfici ceramiche traducono in pittura la vibrazione, la riflessione e il ritmo del metallo, mentre l’installazione The Invisible Table sospende gli oggetti nello spazio, trasformando la tavola in paesaggio poetico.
Nel percorso di Metalia, Milano agisce come luogo di prossimità concreta tra due pratiche. Non si tratta soltanto di una collaborazione tra nomi, ma di un attraversamento reciproco dei rispettivi linguaggi, dei rispettivi modi di lavorare. «In Metalia, la tavola è pensata come una struttura quasi invisibile, una sorta di tavola installativa dove i materiali emergono e si sostengono reciprocamente. Più che un piano d’uso, è uno spazio di sospensione in cui metallo e ceramica possono dialogare con la stessa intensità». La designer insiste su un punto, il progetto nasce da un processo di avvicinamento reale, non da un semplice incontro di stile. «Non si è trattato solo di costruire un’installazione, ma di entrare nel loro atelier, osservare il loro modo di lavorare, studiare il loro linguaggio. Abbiamo analizzato le forme dei piatti, così come loro si sono avvicinati alle mie forme, cercando un punto di incontro reale tra le due pratiche».
In questo quadro, la dimensione scenografica non è un surplus, ma il dispositivo che consente al progetto di uscire dall’uso immediato e di mostrarsi come costruzione di relazioni spaziali. «La dimensione scenografica, in questo progetto, è fondamentale». E ancora: «In Metalia, la tavola quasi scompare per lasciare spazio a una composizione sospesa. Questo permette allo spettatore di immaginare l’uso, piuttosto che vederlo esplicitamente». L’oggetto resta funzionale, certo, ma si apre a una presenza ulteriore, più sottile: «Mi interessa proprio questo, attivare una percezione più aperta, dove gli oggetti, i sottopiatti, i piatti, gli elementi, non sono solo funzionali, ma diventano presenze che dialogano tra loro e con lo spazio».
Alla Milano Design Week 2026, il Nieuwe Instituut di Rotterdam e cheFare presentano la seconda edizione di CIVICITY, progetto realizzato con l’Ambasciata e il Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia, con il supporto di Fondazione di Comunità Milano e la curatela di Collective Works. Inserito nel programma pluriennale Redesigning Design Weeks, CIVICITY affronta le sfide ecologiche, sociali ed urbane generate dalle settimane del design e dai grandi eventi. Ogni anno, due studi di design con base nei Paesi Bassi vengono selezionati tramite open call per sviluppare progetti site-specific e community-based nei quartieri milanesi. Nel 2026 vengono presentati i risultati delle residenze 2025, con Studio Method e Pete Fung, mentre prende avvio il nuovo ciclo con Demo-practice e Ned Kaar.
Se gli altri progetti mostrano come Milano possa funzionare come soglia per pratiche indipendenti internazionali, CIVICITY compie un passo ulteriore e interroga direttamente la forma evento. Non chiede soltanto chi arriva in città, ma che cosa lascia, chi incontra, quali asimmetrie riproduce o corregge. Il cuore del progetto è tutto qui, «le settimane internazionali del design, come la Milano Design Week, sono oggi eventi globali su larga scala, grandi attrattori che riuniscono designer, aziende e visitatori per favorire lo scambio di idee, conoscenze, visioni, ambizioni». Ma subito dopo arriva il rovescio della medaglia, «innumerevoli lanci di prodotto, mostre ed eventi si contendono il limitato spazio urbano, con conseguenze quali overtourism, inquinamento, pressione sul mercato immobiliare e diseguaglianze sociali».
La risposta di CIVICITY consiste nel riportare la città al centro, non come sfondo ma come interlocutore. «Superando l’idea della città come semplice set per installazioni temporanee, CIVICITY considera Milano come un contesto attivo e partecipativo, un luogo dove i designer si confrontano con relazioni, dialoghi e tensioni già esistenti». Per questa ragione le residenze si innestano nei quartieri, lavorano con organizzazioni locali, producono forme di ascolto e di restituzione pubblica. È qui che la rete indipendente smette di coincidere con il circuito dei luoghi più visibili e diventa infrastruttura civica, spazio di verifica, possibilità di impatto. In questa prospettiva, Milano non è solo una porta d’ingresso nel mercato europeo. È un terreno di prova, più esigente, in cui il design viene chiamato a misurarsi con la città reale.
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