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Spaesamento estetico. Daniele Puppi ci parla della sua ricerca, in mostra a San Francisco

di - 2 Ottobre 2018
È il rapporto con lo spazio, il tentativo di modificarne dimensioni e percezioni, aprendo a uno spettro emozionale ampio e mutevole, l’obiettivo primario della ricerca di Daniele Puppi. Artista nato a Udine nel 1970, Puppi da anni lavora con il video creando cortocircuiti percettivi, capaci di generare nello spettatore sensazioni antipodali, tra attrazione e repulsione.
Nelle sue installazioni audiovisive, sempre concepite in formula site-specific, l’audio assume lo stesso valore delle immagini, contribuendo a determinare un profondo senso di straniamento. Ogni opera nasce da una profonda conoscenza dello spazio in cui l’artista si trova a operare, cresce o decresce con esso in un rapporto di mutua esistenza, coinvolgendo il pubblico in nuove, inedite fatiche relazionali. Cinema e videoarte perdono i loro rispettivi confini, combinandosi in ensemble visivi e sensoriali emotivamente coinvolgenti.
Un accostamento efficace che connota anche la nuova installazione multimediale realizzata dall’artista al Minnesota Street Project di San Francisco, spazio di ricerca fondato dai collezionisti Andy e Deborah Rappaport. Curata da Valentino Catricalà e visitabile fino al 7 ottobre, la mostra costituisce un omaggio alla cultura americana e, al contempo, un’ulteriore riflessione dell’artista sul cinema rianimato, tra i cardini della sua ricerca. Lo abbiamo incontrato per farcela raccontare.
Ansia, spaesamento, inquietudine. Sono queste le sensazioni dominanti che scaturiscono dal tuo lavoro. Ma quali scelte e/o circostanze hanno determinato la genesi della tua ricerca?
«Ansia, spaesamento e inquietudine, ma anche gioia, trasformazione e liberazione. Dipende sempre da chi guarda e da come si guarda. Il grande Carmelo Bene sosteneva che bisogna essere spettatori estetici prima e critici dopo, non viceversa. Un lavoro forte impone sempre un nuovo modo di usare gli occhi, il corpo e le orecchie, questo può causare ansia, inquietudine e spaesamento, ma è solo l’inizio, se ci si lascia andare alla “visione” potrebbe accadere il miracolo, l’ansia mutarsi in gioia, lo spaesamento in trasformazione e l’inquietudine in liberazione. Liberazione da che cosa? Liberazione da tutto ciò che è definito da canoni, forme e pensiero. Che poi è quello che perseguo da sempre».
Hai dichiarato che tutto ciò che è possibile non ti interessa. Ritieni che l’arte debba innalzare la soglia del possibile inserendosi in quel sottile interstizio tra possibile e impossibile. Come pensi che la tua ricerca ci riesca?
«Ci sono dei lavori che ho realizzato con quel minimo di materia necessaria alla realizzazione intrinseca del lavoro, mi riferisco al suono o all’immagine cinematica videoproiettata, che hanno spostato la soglia e trasmutato la percezione della forma, anche se per pochi istanti. Mi viene in mente Respira alla Galleria Borghese».
Sei stato invitato a realizzare un progetto al Minnesota Street Project di San Francisco. Ci racconti il tuo intervento?
«Ho presentato un nuovo lavoro site specific sul cinema rianimato, ho usato un vecchio film di cowboy manipolato e centrifugato per bene come soggetto, dilatandone i tempi e le proporzioni fino a cambiarne lo statuto, da immagine a suono e viceversa incorporando la materia dello spazio espositivo. Inoltre ho esposto Psychedelic Lock, un lavoro che ho realizzato nel 2016 sempre della serie sul cinema rianimato». (Carmelo Cipriani)

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