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Storia di un produttore cinematografico, raccontata da Koudelka e Man Ray. Marin Karmitz a La maison rouge

di - 12 Dicembre 2017
Sembra che il fondatore e responsabile de La maison rouge, Antoine de Galbert, voglia concludere in bellezza la storia di questa sua Fondazione privata di pubblica utilità, che chiuderà i battenti nel 2018 e ancor più farne rimpiangere il ruolo svolto nei suoi 15 anni di lavoro. Propone infatti una mostra che, nella scia della presentazione di prestigiose collezioni private, espone per la prima volta, quasi integralmente, la collezione che Marin Karmitz ha raccolto in trent’anni di passione, eccezionale per la qualità delle singole opere e ancor più per la selezione di cicli organici per ciascun artista. Il titolo scelto da Karmiz è parte del versetto 25.23 del Levitico (uno dei cinque libri della Torah): la terra è mia e voi siete presso di me come abitanti forestieri.
Questo personaggio, conosciuto come produttore cinematografico e fondatore del circuito di cinema MK2, è stato un eccellente collezionista il cui profilo professionale e la cui storia si sono intrecciati con le ragioni della scelta delle opere. Mai come in questo caso l’analisi attenta dell’esposizione può dare una conoscenza approfondita e complessa della personalità del proprietario. La collezione assume i caratteri di un autoritratto intimo che completa la sua immagine in una foto di Johan van der Keuken del 1956.
Rumeno, di famiglia ebraica scampata al nazifascismo e in fuga dal comunismo, nel ’47, a nove anni, sbarca a Marsiglia per divenire in pochi anni una figura rilevante nella scena culturale francese. Iniziando come fotoreporter, alla fine degli anni ’60, in una Parigi infiammata dai disordini, si aggira, giovane militante maoista, fra le fabbriche in sciopero. Ma presto, dopo un tragico incidente ai cancelli della Renault, abbandona la macchina fotografica per passare al cinema dove inizia come assistente di registi come Jean-Luc Godard e Agnes Varda.
Ma se il suo essere uomo di cinema segna oggi l’allestimento della mostra, come lui stesso dichiara, «Ho trattato questo spazio come un set di cinema e questo sarà il mio ultimo film», la passione per la fotografia ha segnato negli anni in modo determinante il suo spirito di raccoglitore-collezionista. A partire dalle foto in bianco e nero di Gotthard Schuh, svizzero degli anni ’30, che è l’ispiratore della passione di Karmitz e l’autore dell’immagine del 1937 del giovane minatore sorridente, scelta come simbolo della mostra. Le opere rievocano il XX Secolo e le sue tragedie e ricostruiscono il senso della storia nella sua complessità fatta di luci e ombre. Le foto dell’americano di origine russa Roman Vishniac, come il ragazzo strappato dal sonno nel ghetto di Varsavia, della serie del 1939 sugli ebrei dell’Europa dell’est prima della shoah, e quelle di Antoine d’Agata ad Auschwitz, il reportage di Lewis Hine nella Carolina del 1911 per denunciare il lavoro minorile, o i migranti tibetani di Gao Bo e le immagini di Josef Koudelka nei campi dei gitani «miei compagni di gioco d’infanzia» ci trasferiscono nel vasto mondo della sofferenza. E nostri compagni sembrano esserlo anche tutti quei volti raccolti in un coro di senza parole: i transessuali di Pigalle di Christer Strömholm, gli ubriachi nelle notti di Amburgo di Anders Petersen o le coppie di ballerini a New York di Roy DeCarava.
Sul piano dell’allestimento è molto suggestivo il lungo corridoio in penombra dove si susseguono delle nicchie con oggetti-feticcio tra i quali una divinità azteca e un’inquietante foto del 1960 di Man Ray, La sconosciuta della Senna – che ritrae un calco, fatto nel 1880, del volto di una donna suicida ripescata nella Senna – per concludersi su un’opera bizzarra, Interno del 1915 del pittore danese Vilhelm Hammershøi, un po’ discendente di Vermeer un po’ precursore di Hopper.
Nel panorama internazionale di autori e luoghi, purtroppo l’Italia non è nelle corde di Karmitz e nella sua collezione c’è solo un disegno di Vincenzo Camuccini, Viso che esprime terrore, come una tragica maschera michelangiolesca, e una foto del ‘91 scattata alla Famiglia Capece Minutolo dal Sasso a Napoli, dal fotografo francese Patrick Faigenbaum.
La fotografia è dunque la protagonista della mostra ma ci sono anche molti disegni, sculture e video di numerosi artisti noti e meno noti tra i quali Christian Boltanski, Annette Messager, Kara Walker, Chris Marker, Tadeusz Kantor e il percorso espositivo si conclude con la video installazione del 2001 Sleepers del regista iraniano Abbas Kiarostami: al buio sul pavimento si svolge una suggestiva proiezione-simulazione di un letto matrimoniale sotto le cui lenzuola una coppia dorme muovendosi nel sonno. L’effetto di quest’opera è una pacificazione dopo tanta vitale sofferenza ma l’angoscia dell’accidentato percorso appena concluso fa supporre anche una sottile denuncia sospingendo all’icastica associazione: il sonno della ragione genera mostri. (Giancarlo Ferulano)

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