Libertè coreografia di Nacho Duato Ph Roberto Poli
Due serate sold-out al Teatro Astra di Torino per il decimo anniversario di Made4You 2026, progetto ideato da Pompea Santoro per Eko Dance Project – polo di eccellenza in Italia per l’alta formazione coreutica – e sostenuto dal coreografo Paolo Mohovich. A dare lustro all’evento, è stata la presenza del grande coreografo internazionale Nacho Duato, ballerino e direttore artistico di numerose compagnie importanti, tra cui la Compañía Nacional de Danza, il Teatro Mijáilovski di San Pietroburgo e lo Staatsballet di Berlino. Con lui, Santoro ha condiviso un sodalizio artistico ai tempi del prestigioso Cullberg Ballet, entrambi danzatori della compagnia svedese.
Per Made4You Duato ha rimontato per cinque danzatori di Eko, Liberté un estratto da Rassemblement, creazione del 1990 realizzata per il Cullberg, un gioiello coreografico di rara bellezza. Ispirata dai canti di schiavi che la compositrice e cantante Toto Bissainthe aveva dedicato alla sua terra natale, Haiti, la coreografia evoca la vita quotidiana, le sofferenze dell’esilio e della nostalgia per l’Africa, non come luogo geografico, ma come terra mitica di libertà.
La esprimono i corpi dei cinque interpreti nel loro ritmare convulsivo o pacato dettato da suoni percussivi, quasi tribali, da rumori e voci; nel danzare di un terzetto di donne con in mano dei veli macchiati, coprendosi a terra e lasciarli; nell’intrecciarsi di braccia che proteggono; nel disperdersi per lasciare lo spazio ad una donna che sembra avvertire un senso di pericolo, e cercare qualcuno. Al sopraggiungere dell’uomo di corsa verso di lei, prende vita un duetto di struggente forza fisica ed emotiva, incalzante negli avvinghiamenti, vibrante col timbro della musica che richiama riti ancestrali e movenze afro, culminante con l’improvviso suono di uno sparo che atterrisce.
Unknown 2.0, del già affermato Giovanni Insaudo, è un lavoro incentrato sull’esplorazione del cambiamento e sulla ricerca dell’impossibile. Il coreografo gioca sulla continua sospensione tra il tempo dell’attesa silenziosa in uno spazio tra persone, e la trasformazione in divenire. In questa tensione dinamica il gruppo – 16 danzatori – si muove tenendosi per mano, disarticolandosi, smembrandosi, ricompattandosi, disegnando linee diagonali, frontali, laterali, estensioni dalle braccia al busto, dai piedi alla testa, rotte da assoli e duetti, sulle musiche originali di Fernando Careaga. Le coloriture nervose e l’energia fluida della tessitura coreografica rivelano un lirismo introspettivo che, come la luce, irradia calore in tutto il palcoscenico. E vita.
Titolo nato da un gioco di parole per interrogarsi su chi siamo e in che modo si vuole far parte della società in cui viviamo, You, how? Yoo hoo del giovane talentuoso coreografo Salvatore De Simone (è danzatore della compagnia londinese di Wayne McGregor) si ispira al celebre monologo finale di Charlie Chaplin nel film Il grande dittatore, la cui voce udiamo solo a tratti mescolata a suoni e musiche – The Caretaker, Adam Bérces -, mentre alcune parole vengono ripetute dai sette danzatori, tra un movimento convulso, grezzo, e una smorfia facciale.
Quell’inno alla libertà e al rispetto che celebra la capacità dell’uomo di “rendere questa vita libera e meravigliosa”, De Simone – la cui impronta d’autore ha un segno estetico vigoroso – la traduce con una forte fisicità di movimenti snodati in quei corpi dapprima striscianti, poi convulsi, saltellanti, tra cadute a terra, corse sparse, disequilibri, scatti improvvisi, per ricomporre un ritmo condiviso, di appartenenza, e una vitalità che accomuna tutti nel segno della gentilezza.
In Rother puls, una coppia vestita di rosso entra furtiva in scena dando avvio ad una coreografia di grande coralità firmata da Paolo Mohovich. Il coreografo costruisce un’armoniosa architettura corporea dinamica e modulabile, distribuendo in maniera abile il modellarsi continuo di gruppi – numerosi i giovanissimi allievi di Eko – che si uniscono, si snodano, si distinguono e si amalgamano in progressiva espansione nello spazio.
Dentro questo disegno rigoroso, geometrico, sollecitati dal mutevole e variegato paesaggio sonoro – elettronico e ambient del compositore irlandese Sam Barker -, gli impulsi dei singoli interagiscono al contatto sciamando come uccelli in varie formazioni. La danza, cesellata nel dettaglio, è incalzante, quasi parossistica, pervasa da un’onda che sembra crescere e invadere la platea.
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