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Targhe educative, tra contesto e cultura. Un lavoro site specific dell’artista Fabrizio Bellomo coinvolge tutta la città di Lumezzane, nel bresciano

di - 6 Febbraio 2017
“Lavorate sempre come se il principale vi fosse vicino”; “Macchine sporche si addicono solo ad operai sporchi”; “L’esempio è la più bella forma di autorità”; e ancora: “Lavoro e onestà formano la dignità dell’uomo”; “Chi spreca la roba del padrone danneggia il proprio salario”, fino a “La bettola è l’anticamera dell’ospedale” o “Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto”.
Sembrano quasi dieci comandamenti, se vogliamo vederla biblicamente, e invece sono le regole del buon operaio, che sconfinano un poco anche nella vita privata, nel tempo libero. Non sono esattamente di oggi, anzi, nonostante alcuni principi possano ancora essere ritenuti ben validi per la produttività. Sono messaggi che nel 1912 venivano venduti incisi su tabelle di metallo, le “Tabelle educative”, che richiamavano all’ordine e facevano “La voce del padrone” tra le mura delle fabbriche.
Oggi queste tabelle rivivono a Lumezzane, la “città-officina” nei pressi di Brescia, dove l’artista Fabrizio Bellomo è stato invitato a concepire un progetto d’arte pubblica per il paese. E Lumezzane proprio un paese comune non è: le abitazioni si fondono, nel vero senso architettonico, con le officine, in un paesaggio urbano-industriale che è decisamente un unicum nel suo genere.
Ma dove poteva mettere l’artista (1982) queste lastre di ferro grezzo incise seguendo i modelli presenti nella réclame del ’12? Nelle fabbriche? Sbagliato. All’entrata del Municipio, all’ingresso di un grande parcheggio sotterraneo, su alcune scale pubbliche, in una pizzeria (ex osteria operaia), in una piazza, sulla casa-fabbrica a firma dell’architetto Bertolinelli (sopra, foto di Giuseppe Fanizza) e all’entrata dello stadio comunale.
Il risultato, così, è uno straniamento dei messaggi, una “variazione” del contesto e soprattutto dell’idea che ogni proposizione debba essere legata al momento produttivo. O forse sì? In fin dei conti anche la gestione dell’amministrazione, la decisione di come spendere i propri tempi liberi o il proprio denaro è un atto politico, oltre che culturale. Un poco come l’aderenza al lavoro, e questi “buoni consigli” d’altri tempi, e forse d’altre imprese.

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