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Tornare in Italia? No grazie. E Lorenzo Fusi allunga la schiera dei “curatori in fuga”…

di - 10 Novembre 2010

Al momento non vedo alcuna possibilità, e nessuno mi ha chiamato in Italia”. È secca ma molto decisa, la risposta di Lorenzo Fusi, alla domanda se, conclusa l’esperienza curatoriale alla Biennale di Liverpool, abbia in programma di rientrare in Italia (intanto è spesso in viaggio direzione Asia, significherà qualcosa?).
Un nuovo nome, dunque, che va ad allungare l’elenco dei nostrani “curatori in fuga”, per richiamare la fattispecie universitaria dei “cervelli in fuga”. E che ribadisce la schizofrenia che rende unico il nostro sistema, anche nelle arti; critici nostrani si impongono all’estero, in ruoli anche prestigiosi: citiamo a memoria i casi di Gioni al New Museum, Paola Antonelli al MoMA, Bonami a Chicago, Cavallucci a Varsavia. E per contro l’Italia diviene spesso terra di conquista per curatori stranieri: e qui basta citare Basualdo al Maxxi, Bice Curiger alla Biennale di Venezia, Bethenod a Palazzo Grassi.
Altra considerazione: e l’SMS di Siena? Orfano di Marco Pierini approdato a Modena, ora di Fusi, pare proprio che il de profundis per l’ex glorioso Palazzo delle Papesse sia già scritto…

[exibart]

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  • Scusate ma paragonare i conformisti curatori italiani del sistema ai ricercatori in fuga mi pare proprio fuori luogo. In Italia ci sono critici con le carte in regola tenuti fuori in tutti i modi dal "giro" delle direzioni di museo..si peschi lì che materiale non manca

  • Francamente parlare di italia e fuori italia ormai ha poco senso. Cosa dovrebbero venire a fare i curatori in italia, dove i tagli alla cultura stanno rendendo impossibile qualsiasi progetto? Qualsiasi mostra? La vera intuizione, come sempre in questi casi in anticipo sui tempi, è quella di Luca Rossi: un semplice blog da cui lanciare i progetti nello spazio e nel tempo. Budget zero, e tutta una serie di problematiche bypassate. Finirà che tutti avranno il proprio blog. Senza contare che anche all'estero devono gestire diversi tagli, e quindi dove meglio che in italia riflettere sul format dei progetti? Toccare il fondo a volte non è male.

  • Non sorprende che in questa Italietta provinciale del basso impero, si debba ancora parlare di critici e curatori che fuggono all'estero. In Italia, sopravvive solo la casta dei curatori, critici, furbetti, che si scannano per ottenere o occupare una poltrona o qualche sgabello. Il tutto, senza il pur minimo ritegno. Non c'è spazio per i giovani talenti e quelli fuori dal giro. Una casta, che non brilla per capacità, efficienza e razionalità alla promozione e diffusione dell'arte italiana all'estero. Eppure, bisogna dire che lo Stato italiano, dal dopoguerra in poi, ha investito enormi risorse economiche per la cultura. Ma, se guardiamo i risultati in termini di immagine, prestigio e ritorno economico, ne restiamo amaramente delusi. Tranne alcune eccezioni, non si vede neppure l'ombra di tutte quelle mostre ed iniziative culturali. L'italia non è più maestra delle arti. Rimane solo il nostro preziosissimo e raro patrimonio artistico che ci hanno lasciato i nostri bravi antenati. Anche questo, purtroppo è lasciato all'incuria - cade quotidianamente a pezzi. Un sistema di potere culturale che non è mai riuscito a togliere i rami secchi, i privilegi dei furbetti di turno e a tagliare seriamente la montagna degli sprechi. E così si scopre che la cultura in Italia è gestita male e guarda caso dai dai soliti noti raccomandati, i quali si dimostrano poco disponibili ad assumersi le proprie responsabilità e a dare una contropartita per la difesa dell'arte e della cultura italiana.

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