Se prima o poi doveva capitare, poteva capitare solo qui, almeno in Italia. Se, dopo il rilancio con il kolossal di
Dan Cameron, dovevamo vedere dei danzatori Avatar, poteva accadere solo in una rassegna che si chiama
Il coreografo elettronico, che nella “ragione sociale” propone un “
viaggio tra le latitudini e gli approdi dei linguaggi della coreografia contemporanea restituita dall’elettronica e dal digitale”.
Giunge alla sua diciassettesima edizione, il progetto basato presso il Palazzo delle Arti di Napoli, dove richiama quest’anno duecento opere da trentacinque paesi del mondo, con film, documentari, clip, short, opere, realizzati con l’uso delle più diverse tecnologie: dalla ripresa video allo screening elettronico, dalle sincronie digitali alle piattaforme mixmediali, al 3D.
Fra questi sono appunto gli australiani
Richard James Allen, Karen Pearlman e
Gary Hayes – per la seconda volta al festival – a firmare l’opera di maggiore interesse tecnologico. Si tratta di
Entanglement Theory (Teoria del miscuglio), “
il primo film di danza in 3D nato da un progetto di ricerca di Mixed Reality che coniuga il mondo reale e il mondo virtuale online di Second Life, dove un ballerino e un avatar, ciascuno nella propria realtà, attraversano i confini di tempo e di spazio convenzionalmente percepiti”.
La giuria del festival – composta da Roberto Casarotto, Susanne Franco e Gitta Wigro – comunicherà fra l’altro i lavori vincitori dei due premi
Napolidanza migliore opera in concorso e
Giovani Autori migliore opera di produzione indipendente, che verranno assegnati nella serata di sabato 15.
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