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Un elettricista, anche Nannucci. La Soprintendenza spegne la sua opera al Tempio di Adriano per il Premio Terna

di - 23 Dicembre 2010

È un’interpretazione autentica delle ultimissime
direttive europee, si potrebbe dire facendo dell’humour dal sottofondo
irrimediabilmente amaro. Una variante della delibera dell’UE che ha qualificato
le opere di Dan Flavin come “lampadari”, imponendo loro un trattamento Iva al
20%, in luogo del 5% applicato alle opere d’arte. Insomma: anche Maurizio
Nannucci
deve essere un elettricista, per cui la sua scritta luminosa al neon
No more excuses non può essere esposta sulla facciata del Tempio di Adriano,
nell’ambito della mostra del Premio Terna.

Così ha stabilito la soprintendenza romana per i
Beni archeologici, negando quindi l’autorizzazione all’opera luminosa. Quella
stessa soprintendenza che lo scorso anno nulla ebbe da obbiettare quando le
imbarazzanti “opere” del costaricano Jiménez Deredia presidiarono per tutta
l’estate i più noti spazi pubblici romani, dai Fori Imperiali alle piazze
Barberini e di San Lorenzo in Lucina, all’area antistante il Colosseo. Deredia,
evidentemente, per i funzionari è arte sopraffina, Nannucci no. Ed è arte sopraffina
anche il suv in sosta selvaggia, il furgone perennemente piazzato nell’isola
pedonale attorno al Tempio o l’invasione raccapricciante di cartelloni
pubblicitari che hanno trasfigurato interi quartieri (anche storici e
architettonicamente rilevanti) della città. Sono arte le bancarelle che
obbligano romani e turisti a camminare sulle carreggiate delle strade, sono
arte i camion-bar che rendono in-fotografabile qualsiasi monumento dell’Area
Archeologica Centrale, Colosseo, Mercati di Traiano e Basilica di Massenzio
comprese. Su tutto questo, dalle soprintendenze (né quella archeologica né
nessun’altra) neppure un fiato.
Quando si tratta di ledere interessi profondi e
lobby potenti si fa silenzio, non appena si può alzare il ditino contro
operazioni di qualità invece lo si fa con piacere. Anche se a rimetterci c’è un
artista indiscutibile come Maurizio Nannucci. (marianna agliottone)

[exibart]

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  • Ho pubblicato ora sul blog un secondo dialogo con Angela Vettese. E viene toccata anche la questa questione dell'analfabetismo. Gli addetti ai lavori, in italia, sono troppo impegnati a sopravvivere in un contesto che osteggia sistematicamente il contemporaneo; sono impegnati a fare progetti, ad aprire spazi, ad aprire musei. Gli artisti sono impegnati a fare le opere; e semmai tutti vivono uno strabismo tra italia e scena internazionale, vero tormentone più o meno sopravvalutato. Al massimo si arriva a progettare qualche laboratorio didattico per bambini inquietanti e sovraeccitati; nessuno pensa a "fare" il pubblico.

  • Discussioni inutili ! Mi piace moltissimo quell'artista Koreano che ha comprato qualche migliaio di carrarmati nuovi e ad ogni ( a suo dir) scemenza bombarda l'altra Korea ! Avete mai visto o parlato con un sovrintendente(di solito hanno 80 anni e sono sordi e ciechi ) ? già il nome è triste ! la cosa migliore sarebbe radere al suolo le sovrintendenze ma anche le opere !

  • Caro luca rossi, cari tutti,
    "analfabetismo" non vuol dire assolutamente non riconoscere opere d'arte.
    una persona più che civile può tranquillamente saper leggere e scrivere e fregarsene altamente di dan flavin, jenny holzer e co.
    tu la chiami analfabeta? mi sa che dovresti riaprire il dizionario.

  • Caro Luca, sono proprio le caste di curatori, i noti baroni della critica che hanno fatto di tutto per allontanare l'esiguo pubblico dall'arte contemporanea e gli artisti che non fanno parte della cerchia. La Vettese, come tanti altri notabili critici, che si atteggiano a contestare le storture del sistema dell'arte italiano, in realtà, ne condivodono i valori. Ci stanno bene dentro e ci lavorano. Una casta che va a braccetto, con i potentati dell'informazione, con le istituzioni culturali pubbliche e con il potere politico, da cui ne traggono lauti profitti. E' un grosso errore pensare di poter criticare il sistema dell'arte italiano, quando ci si è dentro fino al collo. E' una delle tante contraddizioni che ritroviamo in questa casta curatoriale italiota. Il bello è che si presenta al pubblico altezzosa, con atteggiamenti piccolo borghesi di una concezione provinciale, radical schic e gauchiste dell'arte contemporanea.

  • Mi riferivo ad analfabetismo rispetto l'arte contemporanea, e non in generale. Non capire questo e' già sintomatico. Certo che Angela Vettese fa parte di un certo sistema, e mi sembra utile confrontarsi con lei per questo. Molto peggio sono coloro che rifuggono il confronto per via di inutili strategie o perché in malafede. E non faccio nomi.

  • Caro Luca, non c'è nessuna malafede o strategia nei commenti che gravitano su questo bolg. Molti di coloro che criticano certe posizioni di notabili e baroni all'interno del sistema dell'arte italiano, lo fanno in buona fede. Mi spiego: non hanno bisogno dell'arte per vivere o mettersi in mostra. Vivono, onestamente del proprio lavoro. (non certo di arte a pagamento). Per quanto mi riguarda, non c'è nessuna ambizione personale per intenderci, se non l'amore disinteressato che coltivo da tempo per la ricerca artistica. Come può esserci un serio confronto con figure che vivono all'interno di un sistema dell'arte chiuso, autoreferenziale, arbitrario e provinciale. Questi notabili si presentano al pubblico dell'arte, come se fossero vicari di verità assolute. Se davvero queste figure volessero un proficuo confronto dialettico, prima dovrebbero mettersi loro stessi in discussione. Questo è il punto, il nervo scoperto che si vuole trattare. In altri termini, precisarsi nel confronto tra i vari punti di vista e la funzione interrogativa e critica che si assegna al lavoro dell'artista, al ruolo del critico, del curatore, delle istituzioni culturali e alla pratica artistica all'interno del sistema italiano dell'arte contemporanea. Non quello di limitarsi a fornire solo risposte evasive, addomesticate in favore di un ordine esistente, costituito da una minoranza privilegiata di artisti e di curatori. L'arte delle scene mute, a nostra insaputa, si presenta sempliceme mediatizzata, ad di scapito di una reale partecipazione del pubblico.

  • Ho letto con interesse la conversazione insieme la Dottoressa Vettese, Rossi.
    La sto passando ai raggi X e forse scrivero' un commento sul tuo blog.

    p.s. : Non c è nessun bisogno specificare a quale tipo di analfabetismo ci si riferisce di solito qui dentro, è cosi talmente ovvio.

  • non ci sono vari tipi di analfabetismo. ce n'è solo uno. analfabeta è colui che non sa ne leggere nè scrivere .dovreste cambiare termine. "ignorante" sarebbe più indicato. non c'è nulla di ovvio a quanto pare. siete in errore e non c'è da discutere. se volete continuare a sbagliare siete liberi di farlo. ciao.

  • Esatto P.P. !
    dunque ammetti (senza volerlo) che si puo' dare l'attributo di "analfabeta" a colui che è sprovvisto di un X "codice" idoneo a comprendere oppure usare cio' che si intende rappresentare.
    Guarda caso, se mi autorizzi a ricorrere ad una necessaria quanto opportuna similitudine proprio quello che riguarda cio' intorno a cui quotidianamente (qui) ci si dibatte.
    Non nomino ovviamente la cosa, per pudore si intende.

    Esistono vari tipi di analfabetismo , ad esempio c è quello innocente spesso anche adorabile in chi per svariate ragioni non ha potuto evitarlo (piu' numeroso di quanto si creda); esiste anche l'analfabetismo dei colti sopratutto quando si ostinano a scambiare lettura sic et simpliciter con intepretazione (interpretazione illuminato da PENSIERO).
    ebbene , costoro sono gli analfabeti piu' vigliacchi perche' non si pongono davanti al testo (nessun testo) con la necessaria perplessita' e tensione ma lo abusano contro i prossimi per stupida ed inevitabile ferocia.

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