Qualcuno ci spieghi cosa succede a Napoli. Perché qualcosa non ci è chiaro. E non puo’ esserci affatto chiaro il motivo per cui uno come Germano Celant si prende la briga -sul numero in edicola de L’Espresso- di recensire i due nuovi musei partenopei, Pan e Madre, e di demolire il primo glorificando contestualmente il secondo.
Dopo aver stroncato per più e più righe il restauro del nuovo Palazzo Roccella – Pan (per carità, trattasi tutt’altro che di capolavoro, ma dal momento che in Italia apre un nuovo centro d’arte contemporanea ci si aspetta forse da Germano Celant, ripetiamo: Germano Celant, qualcosa di diverso che una riflessione sul riflesso dei pavimenti o sulla dislocazione delle prese elettriche), il critico genovese spende poche parole per la mostra (di cui non cita titolo e curatore). Il giudizio? Una clamorosa marchetta del Pan ai galleristi napoletani.
Poi Celant passa al Madre. E iniziano le lodi. Lo spazio restaurato da Alvaro Siza è perfetto, la mostra è unica, spettacolare ed omogenea.
Insomma, prese di posizione quantomeno radicali. Che da Celant non ci si aspettano. Specie se così scomposte. E fuori bersaglio. Poiché nella mostra curata da Lorand Hegyi, più dell’ottanta per cento degli artisti non ha alcun rapporto con gallerie napoletane; e quelli che un rapporto ce l’hanno (Marina Abramovic, Ilya Kabakov, Hermann Nitsch e pochi altri), sono perloppiù artisti del centro ed est Europa, persone con cui l’ungherese Hegyi lavora da sempre, a Napoli e non.
Ma l’articolessa di Celant zoppica anche quando affronta il Madre (incensato anche nel titolo Che brava Madre), essenzialmente quando profonde complimenti architettonicoallestitivi ad un museo che ancora non si è visto, che ancora non ha aperto, che non ha ospitato mostra, che è visibile -fino a settembre- per una piccola percentuale dei suoi spazi. Noi ce lo auguriamo caldamente, sia chiaro, ma come fa Germano Celant ad essere così certo che l’architetto Siza abbia creato “uno strumento adatto all’arte del presente” oggi che l’arte del presente in questo strumento ancora non c’è?
E questo è solo uno tra gli interrogativi che l’articolo di Celant suscita…
[exibart]
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Gli artisti sono una massa di vanitosi senza scampo.
Redazione: Qualcuno ci spieghi cosa succede a Napoli. Perché qualcosa non ci è chiaro. E non puo' esserci affatto chiaro il motivo per cui uno come Germano Celant si prende la briga -sul numero in edicola de L'Espresso- di recensire i due nuovi musei partenopei, Pan e Madre, e di demolire il primo glorificando contestualmente il secondo.
Domingo: basta semplicemente connoatare il personaggio, nasce come Benito Ulivo sulle pagine di "Trash Art" e come Don Benito è il teorico del solo movimento culturale artistico nazionale (ma esiste ancora una nazione?) che sia già nei manuali della storia dell'arte dell'Impero, insomma mi sembra evidente che la storia che stiamo subendo cadenza bene i suoi colpi, non penseremo mica che la critica d'arte (mi riferisco a quella globale, privatizzata, neoliberista e transnazionale) sia qualcosa di etico, corretto e sincero?
Redazione: Dopo aver stroncato per più e più righe il restauro del nuovo Palazzo Roccella - Pan (per carità, trattasi tutt'altro che di capolavoro, ma dal momento che in Italia apre un nuovo centro d'arte contemporanea ci si aspetta forse da Germano Celant, ripetiamo: Germano Celant, qualcosa di diverso che una riflessione sul riflesso dei pavimenti o sulla dislocazione delle prese elettriche), il critico genovese spende poche parole per la mostra (di cui non cita titolo e curatore). Il giudizio? Una clamorosa marchetta del Pan ai galleristi napoletani.
Domingo: che sia una marchetta dei galleristi mi sembra un dato di fatto, che ci sia un g8 di galleristi napoletani che saltando Don Benito e famiglia dialoga direttamente con la provincia mi sembra un dato di fatto più che evidente, insomma c'è uno scontro in atto per gli introiti dei fondi CEE sull'arte contemporanea a Napoli, che in entrambi i casi ledono comunque l'arte partenopea.
Redazione: Poi Celant passa al Madre. E iniziano le lodi. Lo spazio restaurato da Alvaro Siza è perfetto, la mostra è unica, spettacolare ed omogenea.
Insomma, prese di posizione quantomeno radicali. Che da Celant non ci si aspettano. Specie se così scomposte. E fuori bersaglio.
Domingo Aniello: legittima la sua Storia dell'arte, mi sembra tutto naturale visto l'attuale scontro radicato nella nostra civiltà occidentale e neoliberista.
Redazione: Poiché nella mostra curata da Lorand Hegyi, più dell'ottanta per cento degli artisti non ha alcun rapporto con gallerie napoletane; e quelli che un rapporto ce l'hanno (Marina Abramovic, Ilya Kabakov, Hermann Nitsch e pochi altri), sono perloppiù artisti del centro ed est Europa, persone con cui l'ungherese Hegyi lavora da sempre, a Napoli e non.
Domingo: non sarà che anche voi della redazione in qualche maniera strizzate un poco l'occhio all'attacco da parte delle gallerie private partenopee al potere della storia già scritta che stiamo subendo? Gli artisti di circuito presenti al PAN al momento sono solo nascosti dalle gallerie napoletane che tra di loro hanno stretto un tacito patto di non belligeranza per spartirsi introiti collezionistici globali, cercate di non peccare anche voi d'ingenuità...
Redazione: Ma l'articolessa di Celant zoppica anche quando affronta il Madre (incensato anche nel titolo Che brava Madre), essenzialmente quando profonde complimenti architettonicoallestitivi ad un museo che ancora non si è visto, che ancora non ha aperto, che non ha ospitato mostra, che è visibile -fino a settembre- per una piccola percentuale dei suoi spazi.
Domingo Aniello: Madre della quale neanche io mi sento figlio, così come da affamato d'arte mi sembra una imposizione culturale ed artistica illegittima anche quella del Pan (curiosamente la sigla combacia con quella d'estrema destra di un partito messicano...).
Redazione: Noi ce lo auguriamo caldamente, sia chiaro, ma come fa Germano Celant ad essere così certo che l'architetto Siza abbia creato "uno strumento adatto all'arte del presente" oggi che l'arte del presente in questo strumento ancora non c'è?
Domingo: l'arte presente ribadisco è sommersa anche dallo stesso Pan, mi sembra che questa vostra argomentazione sia assolutamente di parte e mirata quanto quella di Celant..., comincia a sorgermi un dubbio, chi è il mio interlocutore?
Redazione: E questo è solo uno tra gli interrogativi che l'articolo di Celant suscita
Domingo: interrogativi li solleva anche questa notizia tra l'altro non firmata, qualche tempo su Flash Art si trovò un articolo critico firmato da una emergente gallerista partenopea con un passato d'artista, così sofisticato intellettivamente cercare e trovare uno pseudonimo? Vi cedo il mio a costo zero: Mario Pesce.
P.A.AFF.
Posse G-LOCALE
Artistica
AFFamm'
La verità sta tutta nel fatto che la regione (cicelyn, oliva e bassolino) disconosce il Pan e il suo direttore, e farà di tutto per togliergli i fondi e la dignità, almeno fino a quando hegyi perseguirà le sue passioni.
Credo che la mostra al Pan sia di qualità e lontana dai soliti schemi che piacerebbero tanto ai vari bonami, celant e compagnia cantante.
Stanno tutti aspettando che hegyi, stremato, rassegni le dimissioni, per piazzare un bel direttore galoppino e dare il via alla rinascita mediatica del Pan.
Visti sotto questa nuova luce, a celant piaceranno molto i riflessi del pavimento e la disposizione delle prese elettriche.
Ma come è possibile stupirsi se il boss dei boss, l'uomo cui da anni il sistema artistico italiano e buona parte di quello internazionale è totalmente prono fa e disfa a suo piacimento?
Probabilmente Celant voleva il posto di Hegyi.
Perché allora non ha mai rivolto in tanti anni le stesse accuse di marchette al Castello di Rivoli e i suoi rapporti preferenziali con le gallerie dell'Arte Povera, oltre che De Carlo e Guenzani?
E nella mostra di Hegyi si aprono degli spiragli che vanno almeno un pò al di là di certa arte internazionale molto sopravvalutata e prevedibile.
Spiragli che non vedremmo mai con un Bonami ad esempio, sempre impegnato a ricambiare favori a Marian Goodman ( e ad artisti scarsi come Orozco e Tiravanja)oltre che ai soliti Guenzani e De Carlo.
Che bello questo fatto che una città
ha due musei in concorrenza tra di loro:
forse tutta questa varietà impaurisce i vecchi dinosauri che un tempo tiravano le fila di un sistema dell'arte più semplice e manipolabile. Ricordate gli strali di Politi contro Roma? A me sembrano la spia
di qualcosa di simile.
certo che qui in italia siamo bravi a farci la guerra e a prenderci reciprocamente a calci i pendagli. anche persone che dovrebbero stare dalla stessa parte. che è poi quella dell'arte.
visto che qualcuno ha parlato di trento, beh li si fanno le cose, in sinergia. prendete cavallucci (che dirige la galleria civica) che chiama cattelan, lo fa esibire in città e provvede a fargli avere una bella laurea alla facoltà di sociologia. poi chiama la abramovich e tutto il resto. ed in più la galleria ha la rivista "work", che è godibile ed intelligente...
tutto questo a cento metri dal MART, che ha sede, oltre che a rovereto, proprio li a TN, e con delle gallerie che lavorano (non molte nè a livello internazionale ma che stanno crescendo e sicuramente non "mafiose") su altri artisti.
cazzo, ognuno fa il proprio lavoro!
e basta con sti critici dell'arte riciclati ulivisti, socialisti, forzaitalioti, galleristi figli di buona donna e artisti svenduti sparsi ovunque. bisognerebbe dare potere a giovani curatori, magari senza prospettiva storica ma che non hanno nessun privilegio o potere da difendere se non quello delle proprie idee.
sul serio "tutto il resto è noia"
C'è + faziosità nell'articolo di exibart circa l'articolo di Celant che nelle radio locali di Roma quando parlano di Roma e Lazio!
Ho letto l'articolo di Celant su l'Espresso, ma non ho ancora avuto il tempo di visitare il PAN ed il MADRE. La mia sensazione è che si parli della sua "pagliuzza" e non della "trave".
chi troppo e chi niente...a Napoli avete la guerra tra musei...a Milano al massimo abbiamo il derby Milan - Inter...
Signori, la notizia fa notizia e il Mattino indaga...
http://ilmattino.caltanet.it/mattino/page_view.php?Date=20050720&Edition=NAZIONALE&Section=Nazionale&Number=44&menu=naz&vis=G
Madre e Pan, due musei per una battaglia
Domenico Di Caterino
Sui siti d’arte italiani e nella città di Napoli ed in tutte le città del globo dove l'arte locale è sommersa dall'arte dell'Impero privatizzato transnazionale e neoliberista, imperversa una polemica estiva con tanto di forum: è meglio il Madre o il Pan? A scatenare il chiacchiericcio on line, (voluto e generato sapientemente in realtà da un rampante gallerista partenopeo bruciato ed in preda all'ira) generata da un articolo di Germano Celant sull’«Espresso» - dove il celebre critico, recensendo i due nuovi musei napoletani, demolisce il PAN e glorifica il Madre intervenendo minuziosamente nel merito dei restauri di entrambi gli storici edifici - è ad esempio il seguitissimo Exibart.com. Che rintuzza le «prese di posizione quantomento radicali» di Celant con una richiesta di partenza: «Qualcuno ci spieghi cosa succede a Napoli? Perché qualcosa non ci è chiaro».
Ma al di là dell’analisi di Celant sul «riflesso dei pavimenti o sulla dislocazione delle prese elettriche» al Pan, a essere chiamati in ballo sono anche i galleristi napoletani.
Abbiamo allora provato a interpellare qualcuno del chiuso g-8 partenopeo che gestisce il PAN, a poco più di un mese dall’apertura del Madre e a tre mesi dall’inaugurazione del Pan, che dopo l’entusiasmo e i bagni di folla dei primi momenti sembrano ora attraversare un momento di stasi estiva (il Madre tra l’altro è aperto solo il sabato e la domenica ed artisti esclusi che si recano in tali luoghi solo per videodocumentarne la morte avvenuta all'atto della nascita), in attesa del nuovo «rilancio» previsto per la ripresa autunnale.
«I musei raccontano un territorio» dice Alfonso Artiaco «il Madre mi è parso invece che voglia raccontare dieci anni di lavoro fatto a Napoli da Bassolino prima come sindaco e poi come presidente di Regione.
E poi - aggiunge il gallerista napoletano - dopo l’apertura il primo passo ufficiale è stato assicurarsi il prestito della collezione Sonnabend. Ci si è stancati di fare polemiche ogni volta che c’è un’iniziativa. Le istituzioni sono libere di fare le scelte che vogliono: i ”desiderata” dei galleristi napoletani, però, erano forse un po’ diversi».
Insomma, come dire Artiaco Alfonso, da gallerista partenopeo non si accontenta di gestire con la sua unione galleristi partenopei, g-8 culturale locale, il Pan e proporre come gallerista ad ottobre qualche cavallo di scuderia, Cabib ad esempio proporrà l'Albanese affamato di fama e successo che caccia il pisello da fuori per pubblicizzarsi (cosa si fa pur di vendere) e che scodinzola dietro a Gigione Del Vecchio per farsi portare a pseudobiennali varie.
Eppure di collaborazione e di apertura alle gallerie della città nei programmi si è parlato. E si parla.
Il problema nodale del Rinasci mentitore partenopeo è proprio questo, le gallerie partenopee private e transnazionali stanno sommergendo la storia degli artisti locali, questo è il vero problema e nessuno ne parla, in più i galleristi pilotano la stampa locale in maniera subdola e falsa.
«Non si sa però in che modo e con chi» aggiunge ancora Alfonso Artiaco, al quale in sintesi brucia che il Madre abbia acquistato i suoi pezzi da Torino, anche pezzi di artisti come Sol Lewitt che a Napoli gestisce solo lui per il tacito patto di non aggressione tra galleristi partenopei.
«Il futuro? La collaborazione doveva fare parte dei requisiti per questo nuovo museo. Non sono dubbioso: semplicemente prendo atto di quello che è lo stato della questione. Il Madre è importante per la città, purché non ne rimanga decontestualizzato: un progetto museale deve tenere conto delle energie presenti sul campo».
Parole sante, ma allora perché il caro Artiaco in maniera disinteressata non spinge per il "Pesce a fORE No pROJECT"? Sul territorio partenopeo lavoriamo oramai da anni e nella topomastica artistica popolare del passaparola e del passaquadro contiamo sicuramente più di lui e più di lui abbiamo fatto sicuramente per portare direttamente l'arte contemporanea tra la gente, però rifiutiamo la logica speculatrice delle gallerie, è forse questo il problema? Indubbia, per il gallerista napoletano, la qualità degli interventi («Bellissimi i lavori di Richard Long, Paladino e Clemente». Il che la dice lunga sull'onesta etica di tale sciacallo del mercato dell'arte partenopeo.
Totalmente negativo, invece, il giudizio sull’apertura a «sezioni», ed oltretutto limitata al fine-settimana a causa dei lavori, anche per Guido Cabib.
«Parlando da gallerista è un rischio l’aver inaugurato una struttura al dieci per cento: abbiamo visto poco per poter giudicare. Per quanto riguarda le istallazioni inamovibili si tratta di una scelta di tecnica museale sulla quale si può concordare o meno. Uno spazio maggiore a Clemente rispetto agli altri? Nessun tipo di preferenza credo, ogni artista ha presentato un progetto che poi è stato approvato». Decisamente ottimista Cabib sull’«apertura» alle gallerie cittadine (che sorpresa!): «Bassolino ha anticipato un coinvolgimento dei galleristi napoletani, anche se non ne conosciamo appieno le modalità». Fiducioso anche Mimmo Scognamiglio: «Un nuovo spazio per l’arte non può che essere una cosa positiva: noi non sappiamo quali siano i programmi effettivi ma il direttore del Madre, Eduardo Cicelyn, ha promesso di coinvolgere anche i galleristi napoletani e non solo quelli stranieri. Vedremo se lo farà. Del resto le gallerie cittadine devono poter collaborare anche come riconoscimento di quello che hanno fatto».
Ma che c***o hanno fatto queste gallerie partenopee oltre a costringere gli artisti locali a vivere di stenti e di frustrazioni? Ditemi voi se tutta questa politica non è assolutamente strumentale? In sintesi galleristi e curatori partenopei vogliono speculare anche sul Madre che invece ha un altro asse privato e transnazionale.
Infine un giudizio sull’apertura anticipata: «Un’ottima scelta politica, non altrettanto di politica culturale».
Perché quella si sa oramia spetta solo alle gallerie private e transnazionali, altrimenti come gestire il nuovo ordine globale privatizzato e transnazionale dell'Arte dell'Impero Anarco liberista.
P.A.AFF. POSSE ARTISTI AFFAMM'.