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Un’immagine salva la vita, e si può vendere? Storia del collettivo danese Superflex e dell’attrezzatura ospedaliera per la Siria

di - 13 Febbraio 2017
Di operazioni “borderline” tra arte e “sociale” ne abbiamo viste tante, ma quella del collettivo danese Superflex è senza dubbio l’ultima arrivata, e una delle più forti.
A partire dalla mostra alla Galerie Von Bartha, in Svizzera, il gruppo finirà all’ospedale Salamieh in Siria con la propria “opera”. Di che si tratta? Di due lampade alogene e di un tavolo chirurgico, con tutti gli optional correlati.
Un ready made, ma non troppo, perché chi deciderà di comprare il pezzo non riceverà un oggetto scultoreo, ma la documentazione fotografica del lavoro e un certificato di autenticità. Gli oggetti fisici saranno invece trasportati all’ospedale Salamieh, appunto, dove saranno trattati come la loro funzione impone, utilizzati dal personale e dai pazienti.
“Con Hospital Equipment Superflex insiste sulla possibilità che un oggetto possa essere sia un’opera d’arte sia un oggetto funzionale, all’interno di diversi contesti e ambiti linguistici” ha scritto il curatore Nikolaj Stobbe, alla prima iterazione del progetto, presentato al Den Frie Center of Contemporary Art a Copenaghen nel 2014-15, e che  successivamente è stato trasferito in un ospedale di Gaza.
Il prezzo del lavoro? La somma delle spese di acquisto delle attrezzature, dalle spese di spedizione e di logistica, e della produzione della fotografia per il “proprietario” del lavoro. L’arte del salvare la vita?

Nelle foto: SUPERFLEX, Hospital Equipment, dal 16 febbraio alla Galerie von Bartha, S-chanf. Photo courtesy the artists

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