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Us, them e lui. L’universo di Roger Waters in volo su Roma

di - 15 Luglio 2018
Le lunghe code formate dalle casse nere impilate in una sinuosa successione verticale, sembrano sospese sulle robuste americane e sugli alti pali telescopici per effetto di qualche fibra filamentosa, dando all’imponente scenografia della tappa romana di “Us+Them” una impressione biologica più che strutturale, come corpi di grandi insetti alieni in attesa. Roger Waters ha studiato architettura e in tutta la sua clamorosa carriera che, dai Pink Floyd alle ultime uscite da solista, ha portato ieri sera circa 40mila persone al Circo Massimo, non è mai venuto meno a una precisa concezione organica della musica, come se i brani fossero gli elementi costitutivi di una forma coerente. Per questo, più che cantautore – come l’etereo Syd Barrett e l’introspettivo David Gilmour – potrebbe essere più appropriato chiamarlo compositore, comprendendo in questa definizione anche una certa sfumatura di manualità, elegante e concreta.
Porosi sono diventati i colori dei tatuaggi sulle braccia delle persone che, con molta probabilità, hanno ascoltato i pezzi dei Pink Floyd riprodotti su mezzi meccanici quando rappresentavano un mondo che stava emergendo dalle radio e dai vinili. Adesso, quelle stesse persone aspettano pazientemente, seduti a gambe incrociate nella polvere dell’antica arena romana, insieme ai figli adolescenti che, nell’attesa, leggono manga, postano stati sui social network e hanno visto decine di volte su Youtube il live a Pompei. Ma lo spettacolo, anche se ripetuto e riproducibile praticamente all’infinito, è sempre emozionante e le prime note regalano subito il brivido giusto.
Le chitarre sembrano piccolissime, sul lungo palco che Waters percorrerà con la verve di un centometrista dalla folta chioma grigia, ed è stupefacente saperle collegate agli enormi altoparlanti che, pur circondando il pubblico, non trasformano gli accordi e gli effetti in mal di testa. La scaletta parte fortissima, Breathe, One of These Days, Time, The Great Gig in the Sky, Welcome to the machine. E vorresti che non finissero più, in una successione da mozzare il fiato, durante la quale Waters si offre come simbolo condiviso dai ricordi di tutti, perfettamente seguito da Dave Kilminster, Jonathan Wilson – che duetta con professionalità e sentimento anche alla voce – Jon Carin e, soprattutto, dalle voci di Jess Wolfe e Holly Laessig, aka le Lucius, due presenze talmente forti da prendere anche la scena dell’attore principale che, da questa transitoria inversione dei ruoli, ha solo da guadagnare perché, insomma, lui è Roger Waters, dei Pink Floyd.
Spesso la sua figura piegata sul basso e il suo bel faccione sorridente escono sulle enormi proiezioni di quasi 70 metri che fanno da paesaggio allo spettacolo. La parte video è piacevole e fluisce per tutto il concerto ma, pur raccontando una storia, riassumibile sotto gli hashtag #stayhuman e #resist, non è mai così raffinata da distrarre e passare in primo piano, perché va bene lo spettacolo e il piacere del visivo ma si tratta di musica da ascoltare.
Non da ballare e questo è un peccato, perché anche se è chiaro che i pezzi dei Pink Floyd non sono rock & roll, almeno un minimo di trasporto fisico sarebbe un bel segnale ma il pubblico in Italia, ormai, balla poco anche in altri tipi di concerti e, pur richiamato dagli ampi gesti di Waters – comunque attento a non assumere pose eccessive, a parte qualche pur conveniente dito medio a Donald Trump – e dalla partecipazione della band, rimane statico, concedendo qualche ondeggiamento di spalle o poco più, giusto ai pezzi più travolgenti, tipo Another brick in the wall, eseguita in maniera splendida, fresca e passionale. Ma le bocche non possono fare a meno di aprirsi al momento wow, quando su Brain Damage si accende nell’etere una piramide splendente attraversata dal fascio colorato del prisma, l’iconico concept visivo di “Dark Side of The Moon”.
A instillare la giusta inclinazione alla meraviglia ci avevano già pensato il pallone aerostatico di Pigs e le ciminiere di Animals che, come la pistola di Cechov, a fine concerto spareranno fuochi d’artificio. Tutti sapevano che sarebbe successa precisamente questa cosa e vederla realizzata fa accapponare la pelle. È una magia che pochi possono dire di saper realizzare. (mfs)
SCALETTA
(Speak to Me)/Breathe
One of These Days
Time
Breathe (Reprise)
The Great Gig in the Sky
Welcome to the Machine
Déjà Vu
The Last Refugee
Picture That
Wish You Were Here
The Happiest Days of Our Lives
Another Brick in the Wall Part 2/Part 3
Dogs
Pigs (Three Different Ones)
Money
Us and Them
Smell the Roses
Brain Damage
Eclipse

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