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Vita, morte e miracoli di un grande nome della street art, Borondo, di nuovo a Roma per raccontare il suo libro. Ecco il backstage editoriale

di - 14 Marzo 2015
Torna in Italia e a Roma l’artista Borondo, conosciuto ed amato dal grande pubblico e dagli addetti ai lavori per l’inconfondibile genialità compositiva e il tratto punk-classic, caratteristico dei suoi lavori in esterno e in interno. Reduce dal successo della personale londinese Animal, presenterà stasera nello spazio off della Rampa Prenestina, il volume Memento Mori, edito da Yard Press. Un modo per mettere un punto nel suo inarrestabile processo di ricerca. Ne abbiamo parlato con Chiara Pietropaoli, produttrice del testo insieme a Chiara Caprasecca.
Come nasce il libro Memento Mori e cosa rappresenta nell’attuale percorso artistico di Borondo?
«Memento Mori nasce dall’esigenza di Borondo di imprimere in un volume tutto quello che è stato, per proseguire con la certezza che il passato verrà conservato. La paura di morire lo tormenta, come suggerisce il titolo del libro, per questo dipingere per lui è stata da sempre una necessità, il modo che ha trovato per sfuggire alla morte: conservare la sua esistenza attraverso l’arte, lasciando traccia di sé. Questo libro parla di arte, di vita e di morte, di Borondo: sono una cosa sola, uniti, come in un cerchio. Il percorso artistico di Borondo sta subendo un’evoluzione potente e Memento Mori ha il compito di conservare la prima fase del suo lavoro, anni legati agli spazi pubblici, in cui Borondo si sentiva libero di esprimersi. Le cose negli anni sono cambiate, lo spirito della street art sta morendo. Penso che Borondo non si riconosca più in questa parola, pur rimanendo legato al suo spirito che porta con dirompenza, da qualche anno, anche negli spazi chiusi che prima sentiva claustrofobici».
Come una calamita, l’artista spagnolo conquista colleghi e addetti ai lavori. Cosa rappresenta per te il modo di fare arte di Borondo e quanto è stato importante produrre in prima persona questo suo art-book?
«Borondo è un’artista che stimo profondamente: il suo modo di fare arte rappresenta qualcosa di puro portato avanti attraverso una ricerca incessante, istintiva, a tratti estenuante e drammatica. Per Chiara Caprasecca e me, decidere di produrre questo libro è stato un impegno importante, una grande responsabilità ma sopratutto un onore. Il nostro obiettivo è stato da subito non tanto mostrare il lavoro dell’artista, ma mostrare Borondo come artista, attraverso il suo modo di lavorare. Per questo per la pubblicazione ci siamo rivolte a Giandomenico Carpentieri e Achille Filipponi di Yard Press una casa editrice indipendente dalla forte personalità, una delle più interessanti realtà editoriali italiane, con un’estetica che si sposa perfettamente con quella di Borondo: grezza ma allo stesso tempo rigorosa, pulita e pura. Siamo felici del lavoro portato avanti insieme e del risultato, credo che l’obiettivo sia stato centrato, perché sfogliandolo ritrovo Borondo».
Raccontaci in qualche riga quale viaggio potremo compiere sfogliando questa preziosa edizione limitata.
«Questo libro può essere letto come un diario, un pezzo di vita di Borondo, dagli inizi fino al 2014. La qualità è stata per noi più importante della quantità.
Yard Press ha strutturato un volume di 284 pagine che spazia da una prima parte dedicata alla ricerca che porta all’opera, dove si trovano sketches, bozzetti, reference fotografiche prodotte dall’artista e raccolte in questi anni, e una seconda parte dedicata solamente alle opere, principalmente pubbliche. Ci interessava dare spazio al processo creativo che nel caso di Borondo è particolarmente interessante, perché assume tratti che definirei “performativi”. Nel Mezzo troviamo i testi editoriali di Edoardo Sassi, Simone Pallotta, Carmen Maín e James Buxton che hanno dato un contributo fondamentale al libro, raccontando da diversi punti di vista l’artista e che ringrazio, come ringrazio tutti i fotografi che hanno aderito al progetto».

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