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ecco,
un bravo artista giovane e non dedito allo smart relativism. Già notato in una recente personale da umberto di marino a napoli.
Il suo lavoro contiene quella fluidità e lateralità che noi, in italia, massacrati dai complessi di inferiorità, non possiamo cogliere e, forse, mai formare.
E quindi andiamo con i vari vascellari (barney+bock), tadiello (nicolai), assael (arte povera 2000), rubbi (smart relativims), di massimo-angioletti (smart relativism della memoria), calò (r. long), ecc ecc.
Perchè in italia, avendo un certo carico di complessi di inferiorità, abbiamo sempre bisogno di essere rassicurati sulla nostro "cosmopolitismo". Pensiamo, per antonomasia, alla scelte curatoriali di farronato, per intenderci. Ma anche T293 e Zero sono abbastanza prevedibili sulle scelte italiane, fatte molto più spesso guardando ,dei nuovi artisti, la loro "lista amici facebook". Poi, fondamentalmente, per andare sul sicuro (ancora) prendiamo le fantomatiche "residenze all'estero" come punto di riferimento. Ma quanto siamo provinciali...
L'assenza di confronto viene mascherata con il "silenzio colto". Per essere "colti" basta occuparsi di tematiche "colte" in silenzio, e ovviamente coltivando la lista amici. Perchè poi siamo anche tremendamente sentimentali; tra gli operatori del sistema si formano rapporti morbosi, dove non è più possibile distinguere tra amicizia, lavoro e aperitivo. I fantomatici "progetti" vengono sostenuti da tre-quattro persone collegate alle tre-quattro persone del progetto precedente; tutto in un vortice di autoreferenzialita e "dipendenza precaria" dove si passa dal raccattare briciole ai soliti opening amari e malinconici.
Simon potrebbe nascere in italia, ma finirebbe a fare un altro mestiere.
Ma quale personale, quello di Napoli era una semplice collettiva,
è vero, pardon, collettiva...
La caratteristica principale dei burocrati che gestiscono e controllano l'arte contemporanea in Italia è quella di appoggiare artisti servili al potere: gli amici degli amici, o inqueti figli di papà. Un modo italico di esrcizio di sovranità culturale e curatoriale. In questo esercizio del potere, non sono graditi artisti italiani, rompicoglioni che lavorano in clandestinità. Forse, altrettanto bravi quanto Simon Fujiwara. E' significativo che questi artisti clandestini siano oggi rivendicati e difesi proprio da critici e curatori clandestini.
Magari andasse Simon a fare un altro mestiere,ma è mica scemo!Dove guadagna di piu,prendendo anche in giro la gente!!Senza contare poi che dovrebbe anche lavorare!Fare un CERTO tipo di arte è sempre meglio che lavorare.
sono d'accordo con Marseglia...la programmazione culturale di certi enti è solo spot elettorale...non è mai l'interesse intellettuale che li muove nè tanto meno la volontà di coinvolgere culturalmente con idee forti, valide il grande pubblico..progetti deboli a volte nessun progetto, rimasticature altrui questo ci passano e ci propongono...non è una questione di nichilismo è solo capacità di saper passare allo scanner la miseria intellettuale che ci circonda....