Peeping Tom, Chroniques, ph. Camille Leprince
La scena buia si apre su un paesaggio lunare con un uomo seminudo aggrappato a una grande roccia scura, intento a guardare in alto – un novello Adamo, un fuggitivo Caino, un arreso Sisifo? Un altro in abiti d’oggi si aggira smarrito. Improvvisamente piomba dall’alto un masso – il resto di un meteorite? – e una grande scatola da dove si estraggono quadri dai disegni incomprensibili. Rumori e scosse telluriche squassano la scena. Quattro bizzarre figure – messaggere di epoche lontane? – dalle lunghe tonache nere e dai cappelli metallici a forma di disco, si aggirano portando via delle pietre sparse a terra e spostando oggetti. Rientrano allestendo dei manufatti, ergendo una colonnina di ferro, preparando una tavola con alambicchi e formule alchemiche, mormorando strane parole tra loro, giocando con dei sassi come fossero dei palloni, dipingendo sulle pareti – pitture rupestri o codici manga?
Una delle facciate si aprirà, per poi richiudersi, rivelando oltre l’oscurità un’impalcatura metallica di tubi da dove si cala un uomo proveniente chissà da dove. La comparsa, via via, di alcune figure con copricapi medievali, di un forzuto e saettante Ercole, di un cosmonauta dalla tuta arancione, di una timida coppia in abiti d’oggi, crea un cortocircuito immaginifico che, da lì in avanti, sarà sempre più evidente, quasi un viaggio spazio-temporale che dall’antichità arriva al futuro. In mezzo, scenari disturbanti, conflittuali.
È cupo e inquietante, misterioso, attuale coi nostri tempi bui, eppure vitale, a tratti ironico, divertente, il nuovo spettacolo dei Peeping Tom, Chroniques. in prima nazionale al festival Aperto di Reggio Emilia, coerente a quell’estetica tipica della compagnia belga fondata dall’italo-argentina Gabriela Carrizo – che firma la regia – e dal francese Franck Chartier, che ogni volta stupisce per la capacità di esplorare, attraverso mondi onirici sempre diversi, la realtà umana.
L’immaginario che ne sortisce è un susseguirsi di ‘cronache’, un continuo sovrapporsi di elementi, di presenze e visioni, che rimandano a un passato preistorico, medievale, fantascientifico, con citazioni varie – pittoriche, letterarie, fumettistiche – che non possono non farci pensare allo stile filmico di Quentin Tarantino (vedi l’allegra, e agghiacciante, sequenza con la pistola che ci si passa di mano in mano come in un gioco innocente e inconsapevole, poi spensieratamente usata per uccidere scoprendo così il suo utilizzo), o a certe surreali serie televisive coreane o agli horror americani (esilarante la gag nella quale un uomo si scopre dotato di poteri ultraterreni usando le braccia e le mani come una spada di Star Wars o come un taser rivolto verso chi gli sta intorno atterrandoli con una scarica elettrica).
Questo dei Peeping Tom è teatro dal segno cinematografico, scandito dalla straordinaria danza – poca in verità – dei cinque interpreti: corpi gommosi, ginnici, deformabili, dai movimenti atletici, vorticosi, imprevedibili (sono Simon Bus, Seungwoo Park, Charlie Skuy, Boston Gallacher e Balder Hansen). Si scontrano con gli oggetti, saltano e rimbalzano a terra, traballano piegandosi all’indietro, rivelando tensione e fragilità, forza e morbidezza. C’è l’assolo di un uomo scheletrico sanguinante, di un altro costretto a bere una pozione chimica, di un trio di sagome nere in posture da nani intenti a combattere, mentre poco prima altri avevano spruzzato della polvere bianca nell’aria, alterando il paesaggio.
Si passa da una dimensione a un’altra, da un tempo passato a uno futuro, distopico. Nel susseguirsi delle azioni i performer mutano aspetto – e con loro, la nostra percezione – fino a sembrare i sopravvissuti di un’apocalisse, dove tra i resti di minerali compaiono infine degli strani insetti robotici intenti a pulire a terra, frutto di una mutazione genetica che ha modificato le forme viventi.
Alle sonorità cupe, a tratti melodiche, di Raphaëlle Latini, subentrerà la canzone I Can’t Stop Loving You di Elvis Presley proveniente da un disco metallico, cantata sensualmente col labiale da un personaggio benvestito in una danza “a la Bausch”. La pièce si chiude lanciando monetine dentro una vaschetta con l’uomo appollaiato sulla roccia diventato monumento scultoreo, oggetto d’attrazione di un mondo alterato, senza più anima.
Chroniques sarà in scena al festival Torinodanza, il 2, 3 e 4 ottobre; alla Triennale di Milano, l’8 e il 9 ottobre, per “FOG – Le disuguaglianze dei corpi”; il 28 e 29 marzo 2026, al Teatro Bonci di Cesena nella stagione di ERT; e, il 14 aprile, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, a Udine. In Europa: a Breslavia, Antibes, Martigues, Tolone, Sainte-Maxime, Bruxelles, Colonia.
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