Enrico Fedrigoli, Fedeli d'Amore 2018
Si è recentemente conclusa a New York una settimana all’insegna di incontri, proiezioni e un laboratorio a tema dantesco a La Mama Theater, luogo di avanguardia e sperimentazione nel teatro contemporaneo internazionale. Fedeli d’Amore è qualcosa che va oltre lo spettacolo, è un pathos di emozioni che ti penetra nell’anima, tempesta la propria memoria e invade il corpo: immaginate di poter assistere agli ultimi sogni e pensieri che hanno pervaso l’intelletto del sommo poeta la notte della sua morte. Il drammaturgo Marco Martinelli omaggia Dante Alighieri con uno spettacolo che parte proprio da quella specifica sera del 1321 per poi arrivare ai giorni nostri.
Si tratta di un’opera o meglio un “polittico in sette quadri”, dove in ognuno di questi ci viene presentato un personaggio diverso. Ad accompagnare lo spettatore in questo viaggio onirico c’è sempre Ermanna Montanari, che incarna più voci e pensieri ed è l’unica protagonista sul palco: è la foschia di una notte a Ravenna, il demone della fossa, un asino in croce, il diavolo del rabbuffo, l’Italia che scalcia se stessa, Antonia, la figlia di Dante Alighieri, e una fine che non è una vera fine. Ci troviamo in una regione d’Italia, l’Emilia-Romagna, terra che è stata il focolaio di sperimentazione del Paese e dove i governi locali hanno investito nelle arti, ma anche la base artistica dove risiede il Teatro delle Albe. Con una recitazione ritmata, densa e profonda, Montanari conferma con sapiente abilità sciamanica di saper empatizzare con una narrazione unica e materica, nella quale non si limita a interpretare un personaggio ma trasforma la sua voce e la adatta a più voci, scoprendo come un vaso di pandora che fa luce sull’umanità.
A cucire questi frammenti temporali, il testo scritto da Martinelli – in parte in dialetto romagnolo – non lasciano spazio al pensiero così come la tromba di Simone Marzocchi e le composizioni di Luigi Ceccarelli che irrompono come un terremoto stravolgendo l’ascolto. Sullo sfondo in maniera minimale e perfettamente compiuta, luci, geometrie e arcangeli filtrano la scena, accompagnando lo spettatore alla scena successiva. Ma chi sono i Fedeli d’Amore? Il drammaturgo e regista ce lo spiega nel quadro numero 6, dove siamo tornati quasi al punto di partenza, nella cameretta, e a parlare è Antonia, la figlia di Dante, e ci spiega che si tratta dell’espressione con cui il poeta e i suoi amici poeti chiamavano se stessi. <<Definirsi Fedeli d’amore è un gesto ribelle e rivoluzionario soprattutto in un mondo>>, ci tiene a precisare Martinelli <<dominato allora come oggi dalla guerra>>.
Assistiamo ad albe e tramonti, sentiamo i fantasmi che ci accarezzano, ascoltiamo le invettive all’Italia che hanno il sapore di un contemporaneo amaro e attuale. Fedeli d’Amore si conferma come un grande lavoro di alchimia tra Marco Martinelli e Ermanna Montanari, un poema teatrale imprevedibile e turbinoso, un viaggio dentro la nostra più profonda psiche. Selezionato dall’American Playwrights Project, progetto curato dal direttore artistico Valeria Orani, lo spettacolo ha fatto parte di un ciclo di incontri e proiezioni negli istituti e centri di cultura di Philadelphia e New York.
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