Sarfatti, Teatro Franco Parenti, Milano, 2024, foto Elisa Vettori
Margherita Sarfatti, nata nel 1880 a Venezia, fu una figura di spicco nel panorama culturale e politico dell’Italia del primo Novecento. Giornalista, scrittrice e critica d’arte, Sarfatti è conosciuta soprattutto per la sua stretta relazione con Benito Mussolini, di cui fu amante e consigliera influente, durante gli anni cruciali dell’ascesa del fascismo.
Figlia di una famiglia benestante e di origini ebree, ricevette un’educazione raffinata che la portò a frequentare ambienti intellettuali e artistici. Tra le promotrici del movimento futurista, fu cofondatrice del movimento artistico Novecento Italiano, che mirava a un rinnovamento dell’arte italiana in senso classico e nazionale.
Lei, che plasmò e lanciò una generazione di artisti, fece dell’invenzione di Mussolini il suo capolavoro. Dux, la biografia semi autorizzata del Duce che racconta gli esordi e la trasformazione borghese del dittatore, è la sua opera più nota pubblicata nel 1926. Tuttavia, con l’intensificarsi delle leggi razziali e l’alleanza italo-tedesca, Sarfatti, a causa delle sue origini ebree, fu costretta a emigrare, rifugiandosi prima in Svizzera e poi in Sud America, fino al suo ritorno in Italia dopo la guerra.
Al Teatro Franco Parenti di Milano ha debuttato Sarfatti, l’opera nata da un’idea di Massimo Mattioli e Claudia Coli con la regia di Andrea Chiodi. Un ritratto intimo e complesso che intreccia la grande storia italiana con il contributo della visione artistica della curatrice e, soprattutto, con i suoi dilemmi personali. Coli, in un elegante completo blu in tinta con la omonima sala che ospita la rappresentazione, propone il suo monologo inserita in un cubo di luce, pensato da Orlando Cainelli a incorniciare una scena minimalista, in cui campeggiano solo una sedia e un tavolo con una teca che contiene una statuetta del Duce, disegnata dallo scenografo Guido Buganza.
Il testo, drammaturgia originale di Angela Dematté, risulta a tratti fin troppo denso, forse anche a causa di una recitazione volutamente convenzionale e didascalica. Rimane comunque un’occasione per riscoprire la figura di una delle donne più influenti dell’arte e della politica italiana del primo Novecento. Resta l’enigma di una donna che in una società maschilista ebbe un ascendente enorme sul “capobranco”.
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