Categorie: Teatro

Teatro: il meglio e il peggio del 2023 (sperando in un 2024 più audace e internazionale)

di - 29 Dicembre 2023

Il 2023 è stato il primo anno di ripresa totale da dopo il Covid: nessuna ansia di sospensione, nessuna limitazione per i posti, meno paura dello starnuto del vicino… E per le programmazioni teatrali questo è stato un grande sollievo: finalmente siamo potuti tornare in sala senza timore e con la speranza che qualcosa fosse migliorato. O meglio, che questi anni di pandemia fossero stati una pausa obbligata per riflettere sulla condizione culturale del nostro paese, per fare magari un pensiero sui nostri reali interessi, quello che ci spinge a spegnere Netflix e passare una serata a teatro.

In realtà la mia sensazione dopo il Covid, del tutto personale, è che si sia perso il focus del perché fare teatro e spesso, purtroppo, ci si siede in sala solo per assistere a deprimenti monologhi – forse perché costa meno produrli e portarli in giro – autoreferenziali, che fanno passare la voglia di tornare in platea. Presa da questo scoramento, devo confessare che sto andando a teatro molto meno degli scorsi anni: nel 2023 ho visto una media di due spettacoli a settimana e risiedendo a Milano, molti li ho visti qui. La città meneghina ha un’offerta ricchissima, con oltre venti titoli diversi ogni settimana, dove diventa inevitabile dover scegliere, anche a causa delle teniture troppo brevi, con una media di tre giorni a spettacolo, e spesso si finisce per andare a vedere l’amico/a di turno o la nuova produzione del teatro importante, a discapito della ricerca.

Tra le cose più interessanti viste negli ultimi mesi, Alessandro. Un canto per la vita e le opere di Alessandro Leogrande di Teatro Koreja, lavoro del 2022, arrivato al Teatro dell’Elfo: letture e testi tratti dal lavoro del grande giornalista tarantino che ha narrato le ingiustizie del nostro paese e precocemente scomparso; e Natale in casa Cupiello. Spettacolo per attore cum figuris con Luca Saccoia, lavoro del 2021, arrivato al Teatro Menotti, delicato e commovente reinterpretazione del testo sacro di Eduardo.

Alessandro. Un canto per la vita

Milano, dove Strehler fondò il primo Teatro d’Europa, dovrebbe essere la città che porta in scena il meglio della programmazione internazionale, oltre che quella italiana. Purtroppo non è sempre così: per esempio il Piccolo Teatro (che sembra avere una crisi d’identità che neanche il nuovo direttore, ormai in carica da tre anni, sembra riuscire a risolvere), da settembre 2023 non ha ancora presentato uno spettacolo internazionale, e a parte Slava (il classico appuntamento natalizio) bisogna sperare nel festival Presente Indicativo a maggio 2024 – di cui per ora sul sito non c’è traccia…

Da segnalare invece l’impresa di ZonaK, il piccolo teatro milanese che quest’anno compie dieci anni e che ha portato in città i nomi più all’avanguardia della scena internazionale, dai Rimini Protokoll ad Agrupación Señor Serrano. Ultima impresa il Mercato della Conoscenza e Non Conoscenza, un progetto del 2004 dell’artista berlinese Hannah Hurtzig: 85 esperte/i hanno raccontato la loro esperienza di vita, lavoro e pensiero a Milano.

Hannah Hurtzig, il Mercato della Conoscenza e Non Conoscenza © Dorothea Tuch

L’unico teatro che guarda sistematicamente al di là delle Alpi è il Triennale Milano Teatro, diretto da Umberto Angelini, ed è qui, nell’ambito del festival FOG, che ho visto uno degli “Spettacoli stranieri presentati in Italia” (usando la dicitura dei premi Ubu, ma che ovviamente non ha vinto perché chi era in sala si poteva contare sulle dita di due mani…) più curiosi degli ultimi anni, Bad Dante, Bad English, Bad Opera, uno spettacolo umoristico di Spreafico Eckly e Matteo Fargion sulla Divina Commedia di Dante, desacralizzandola in un sapiente e intelligente uso delle parole e del canto.

Bad Dante Bad English Bad Opera

I festival sono d’altronde uno spazio di libertà, la possibilità di uscire dalla circuitazione delle sale e scoprire qualcosa di diverso, dove la sperimentazione è ancora consentita, e dove si ritrovano le comunità. Come Attraversamenti di Residui Teatro che ha attraversato il borgo di Gombola, durante Trasparenze Festival, alla ricerca di antiche tradizioni e nuovi vissuti. O a Crashtest a Valdagno ho assistito a Luisa della danzatrice Valentina Dal Mas, che ha portato in scena una commovente rappresentazione della fragilità e della solitudine attraverso l’eleganza della danza. O ancora Decolonial kit – teorie e pratiche di dis-assemblaggio di Rachele Borghi e Rahel Sereke, una performance per riflettere sul privilegio che ha concluso la ricca giornata “How to Decolonize Contemporary Dance” organizzata durante il festival Le alleanze dei corpi. Delegare i festival all’avanguardia, alla sperimentazione e al nuovo vuol dire non prendersi delle responsabilità, sociali, culturali e soprattutto politiche, e alimentare una visione conservatrice del teatro e non aperta al dialogo. Cosa di cui avremmo sempre più bisogno. Per il 2024? Speriamo in una nuova centralità politica del teatro, che parta dalla programmazione delle sale.

Dopo gli studi al Politecnico di Milano e all'Accademia di Belle Arti di Brera, collabora con diverse testate di teatro e arte. Studiosa di arti visive, design e spettacolo dal vivo, è particolarmente interessata alla ricezione e alla simbologia delle opere d'arte nella società contemporanea. Attualmente impegnata nello sviluppo del portale trovafestival.com, la cultura in movimento.

Visualizza commenti

  • Anch'io vado spesso al teatro ma è difficile scegliere perché le presentazioni agli spettacoli sono spesso criptiche e di non immediata comunicazione. Anch'io sono stanca della furbata (inevitabile) dei monologhi. Rimane un genere per pochi, purtroppo,

  • Non dimentichiamo però che il Piccolo promuove grandi seppur giovani artisti come Liv Ferracchiati, Marta Cuscunà e Marco D'Agostin, innovativi e con un linguaggio molto personale.
    Per non parlare delle chicche di Lisa Ferlazzo Natoli, oggi meritatissimo Premio Ubu. Invece la danza moderna a Milano latita.

  • Si può gentilmente spiegare cosa si intende per “autoreferenzialità” dei monologhi, esplicitando qualche titolo, così come il senso di “furbata”, sempre portando degli esempi?
    Grazie

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