“Espressionismo significa dare forma al vissuto, in modo che sia comunicazione e messaggio da un Io a un Tu. Come per l’amore, bisogna essere in due.” diceva Oskar Kokoschka (1886-1980) “L’Espressionismo non vive in una torre d’avorio, ma si rivolge all’Altro che intende risvegliare”. Tale definizione calzerebbe a pennello a molti degli artisti presenti nella mostra di Torino, interpreti di un disagio esistenziale già preannunziato dal Woyzeck di Georg Buchner (1813-1837), rappresentato, guardacaso, per la prima volta solo nel 1913, a Monaco.
Nei pittori della Brucke, il gruppo nato a Dresda nel 1905, l’urgenza di comunicazione e la difficoltà di rapportarsi con il mondo moderno trovano nella grafica un mezzo di sperimentazione privilegiato. Il recupero della xilografia è sia un omaggio alla tradizione popolare tedesca, sia un frutto dell’influenza delle sculture primitive extra-europee. Nelle loro xilografie risalta infatti una forte semplificazione, basata sul contrasto tra ampie zone nere e bianche. Erich Heckel (1883-1970) affronta nel 1907 con La ballata del carcere di Reading di Wilde l’angoscia dell’uomo braccato; di tale serie colpisce in particolare La cantante. Emil Nolde (1867-1956) è presente col Profeta (1912), che rimanda ai temi religiosi da lui affrontati in quegli anni.
Karl Schimdt-Rottluff (1884-1976) ed Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938) si confrontano col rapporto uomo-donna, con una visione cupa della sessualità, specie nel primo. Anche Kokoschka nelle litografie di Cantata, o Eternità tu che sei la parola che tuona (1914-1918) interpreta uno dei suoi soggetti prediletti, il conflitto fra i due sessi, alludendo, come già nella celebre Sposa del vento (1914), al trauma della fine della sua relazione con Alma Mahler.
Dopo la prima guerra mondiale, nello sfacelo economico e sociale della Germania, si fa urgente in alcuni artisti che aderiranno alla Nuova oggettività la necessità di denunciare i soprusi e gli orrori di cui erano testimoni. Max Beckmann (1884-1950) nel ciclo de L’inferno (1919) offre un’immagine violenta e claustrofoba della vita del tempo, che sfocerà ne La notte. Quest’opera sembra porsi, per il suo impianto compositivo e la deformazione dei corpi, dalle membra slogate, tra i precedenti di Guernica di Picasso. L’affamato ricorda invece, per l’iconografia (quattro personaggi attorno ad un tavolo
Questo è solo uno delle possibili percorsi della mostra di Torino, che è purtroppo priva di un itinerario chiaro e di un apparato esplicativo. E pesa in particolare l’assenza di traduzioni delle frasi poste da Grosz nei suoi Retroscena.
stefano manavella
mostra visitata l’8 febbraio 2005
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