Se
Lawrence Weiner (New York, 1942; vive a New York e Amsterdam) ha scelto di far dialogare le sue
opere con il
Doppio Igloo di
Mario Merz, un motivo ci sarà. E non è certo la ricerca di
un’analogia col padrone di casa, quanto la sottolineatura di una
contrapposizione col medesimo.
Scultore
di parole, l’artista americano invita – o sarebbe meglio dire sfida? – a
indirizzare lo sguardo ora verso l’alto, ora verso il basso, dentro e fuori la
Fondazione “avvolta” dal suo intervento. Che non è site specific, ma adattato a
una
location che, nell’architettura e nella passata destinazione d’uso, parla di razionalità
e di energia. Proprio come gli
statement impressi sulle cisterne, nel fregio “classico”
sulla facciata e nel vasto, luminoso interno delle ex officine Lancia. Energia
che, messa a tacere dalla dismissione industriale, “rinasce” sotto forma d’ispirazione
lirica (
Fatto per scivolare sul fianco di una collina) o di antinomie che si mordono la
coda nel
tertium datum finale (
Chiuso & Aperto & Richiuso).
Niente
ad altezza d’occhio, niente ad altezza d’uomo.
Inutile
poi cercare, magari suggestionati dal
genius loci, rispondenze matematiche e
rapporti di proporzione – ad esempio fra le lettere e le divisioni delle
vetrate -, perché gli elementi in gioco sono altri: le parole, e il senso di
queste, ma pure il carattere tipografico, il colore, i separatori. Tutto. Nel
corpo
dei suoi lavori,
Weiner avvita il discorso in una spirale ideale (e non “organica”, come quella
di Merz), provocando un destabilizzante cortocircuito che trasforma le
deduzioni in congetture.
Concettuale
sì, ma non se con questo si intende abdicare alla forma: in lui, insomma, si
sintetizza l’
eidos greco, immagine e al contempo idea. Ma, più che l’ambiguità di una lingua
morta, lo statunitense persegue la libertà di un linguaggio vivo, lui che
un’aria da guru
beat generation ce l’ha e che, non senza una punta d’ironia, ha deposto
l’aura narcisistica dell’autorialità. Riaffermando il principio dell’evidenza,
contro la capziosità di certe letture.
E
forse non è un caso che uno dei termini ricorrenti in uno dei quattro video in
mostra sia ‘object’: la parola come oggetto, dunque, reificazione della minima
unità di senso. Piegata a un approccio, per così dire, “materialista” e
costruttivo, in uno stile a caratteri cubitali ma non lapidario.
Non
tanto assertore di verità inconfutabili o visioni profetiche, quanto emanatore
di stimoli, “fonti rinnovabili” di pensiero.