L’ambiente familiare e giocoso che si sprigiona dai quadri di Enrique Marty riporta lo spettatore all’infanzia. Dominano i colori caldi: il marrone dei divani e dei letti e il vermiglio, che illumina le labbra delle lolite in canottiera.
Ragazzine che giocano, una madre che fa il bagno al suo bambino. Si percorrere il diario di una giornata qualunque, in un luogo qualunque, di una qualunque famiglia.
Chi ama Almodovar, può ritrovare in ogni opera la goliardia dell’universo spagnolo che si affianca, non di rado, ad un’amara radiografia dell’essere umano. Anche nei quadri di Marty emerge un lato oscuro; se ci si sofferma sui dipinti, non si può essere indifferenti agli sguardi profondi dei protagonisti. Sguardi malinconici a tratti sgomenti, accentuati con delle pennellate decise.
Nato a Salamanca nel 1969 l’artista spagnolo – che ha curato la scenografia de “La passione secondo San Giovanni” di J.J. Bach, diretto da Josè Carlos Plaza, in scena quest’anno al Teatro Regio di Torino – è alla sua prima personale in Italia.
Dice di sé: “Mi affascina tutto quello che simbolizza l’interiorità e il privato…La stanza da letto mi è sempre sembrata un luogo magico, e il letto l’oggetto più magico di tutti. Mi piace sentirmi irradiato dall’energia che sprigiona.
Di notte, nella solitudine e nel silenzio della mia stanza è il momento in cui avvengono la maggior parte dei miracoli, in cui mi sento più forte”.
La solitudine è parte delle opere, un deserto interiore che emerge con forza dall’album fotografico che ripercorre i primi anni di vita di un bambino. Marty interviene sulle immagini facendo emergere il lato più intimo del soggetto principale. Qui, come nei dipinti, gl’occhi sono la voce dell’artista. In mezzo alla folla, il protagonista si erge ad un livello superiore di estraneità; è parte dell’immagine ma al tempo stesso è al di fuori. Ci guarda e guarda se stesso con lucida ironia.
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Federica De Maria
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