Il video consente un’indagine ad ampio spettro della realtà, consegna sequenze di immagini veloci, immediate. Nei video di Elastic, (gruppo formato da Alexandro Ladaga, nato a Roma, e da Silvia Manteiga nata a Santiago de Compostela, costituitosi nel 1999 e aperto, di volta in volta a diversi collaboratori con l’intervento dei quali prendono vita opere realizzate a più mani) predomina l’interesse sperimentale. L’idea che supporta la ricerca è, per loro stessa affermazione, “la volontà di rendere visibile il pensiero”, che si concretizza attraverso la produzione di un ampio repertorio di immagini. La metodica privilegiata di lavoro sono gli “infrared” cui allude il titolo della mostra: i raggi infrarossi diventano in questo caso un vero e proprio elemento strutturante dell’opera, un linguaggio espressivo. Essi conferiscono all’immagine colorazioni e riflessi talora imprevedibili: i cromatismi verdi, innaturali, alludono a una dimensione fantascientifica, fanno assumere alla figura una consistenza fantasmatica.
I video di Elastic cercano una proiezione oltre la soglia del conosciuto, nel territorio dell’ambiguità, dominato da un fondo enigmatico. Sembra questa la chiave di lettura di Carillon: una figura che nasce all’interno dello schermo e che rammenta certe creature inquietanti di David Cronenberg, si muove con esasperante lentezza, guardandosi attorno smarrita, costretta a rimanere imprigionata in uno spazio coatto, che provoca un senso di smarrimento. È impossibile stabilire se si tratti di una figura femminile o maschile: zombi, creatura in carne e ossa, fantasma del quotidiano?
Elastic sottopone allo spettatore interrogativi inquietanti sull’identità, sulla difficoltà del movimento e dell’azione, sulla doppiezza del reale. Il fluire delle videosequenze, contenute entro tempi brevissimi, contrasta con la lentezza del movimento che riporta costantemente la figura ad una posizione di stallo. Il senso di spiazzamento è acuito dalla serie di still frame, accostati l’uno all’altro su una parete, così da suggerire una memoria del lavoro, leggibile a distanza. Ognuno si differenzia dall’altro per piccoli dettagli quasi impercettibili, così da costruire una sorta di percorso senza via d’uscita che si snoda nella processualità di un tempo raggelato.
tiziana conti
mostra visitata il 22 aprile 2006
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