Un’aura mortifera pervade leggera le tele di Davide Avogadro (Vigevano, 1968). In un tripudio di bianco e nero sfocato, luci e ombre duettano laconicamente proiettando delle sagome umane avulse da ogni contesto. Che in realtà ci sarebbe. Quello festaiolo della vacanza sulla spiaggia, ma annullato, ridotto ad un non luogo, dove ciascuno vive per sé, impermeabile all’esterno, incurante del destino altrui. Queste figure così umbratili portano addosso i segni di un passato che non c’è più, le tracce di una vita che sfugge ad ogni tentativo di circoscriverla in una forma più o meno costante. Come se questa fuga continua potesse preservarle da una fine ineluttabile. E ricongiungerle per un attimo a ciò che da sempre anelano: quello spirito che tutto trascende per farsi più vicino alla verità. Spirito e forma, gli eterni antagonisti di un contrasto insanabile –come aveva già individuato il filosofo tedesco Georg Simmel nel saggio del 1938 Intuizione della vita. Quattro capitoli metafisici– tendono a sfaldarsi nella materia pittorica di Avogadro. Tanto che, sulla scia del pensiero di Simmel, Monica Trigona scrive nel testo critico: “Le sue tele conciliano questo dualismo inconciliabile, quello dell’esistenza e della forma appunto, mostrandone la tragicità del conflitto”. Un conflitto riproposto dall’artista nel solco di una pittura attraente, trasognata perché partorita dalla memoria, dove le persone ritratte, attraverso la liquida fusione di tutti gli elementi, sembrano soffocare inesorabilmente. E annegare nella
Finalista del Premio Cairo Comunication 2003 alla Permanente di Milano, Avogadro viene salutato come esponente della nuova figurazione italiana dal mensile Arte che, nell’aprile 2004, gli dedica un ampio servizio. “Avogadro –scrive qui il critico Maurizio Sciaccaluga– estende alla pittura, alla propria pittura la teoria di Rimbaud sul poeta veggente, che tramite lo “sregolamento dei sensi” è capace di arrivare ad una visione dell’ignoto coincidente con l’assoluto.”. Il tutto sulla superficie smaltata di una tela dipinta ad olio, lucida come un giorno di pioggia, dove mettere in scena un’umanità in controluce e fortemente ancorata alla realtà del quadro.
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claudia giraud
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