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fino al 13.VI.2010 | Ettore Favini | Torino, Pav

di - 7 Giugno 2010

Ettore Favini
(Cremona, 1974) è un artista sensibile allo sviluppo sostenibile e intreccia il
tema della difesa dell’ambiente con quello della memoria del paesaggio, come
fece per l’intervento che gli procurò nel 2006 il premio Artegiovane.
Al Pav presenta un video che documenta l’intervista,
condotta con Alessandra Sandolini, curatrice del Centre Pompidou, al
paesaggista e antropologo Gilles Clément, preceduto da un quadro storico
riassuntivo costituito da una serie di ritratti.
Favini si è limitato a selezionare una serie di personaggi
che, con il proprio pensiero e la propria vita, sono stati i pionieri del
pensiero ecologista; ne ha ricercato le immagini su internet o le ha
semplicemente fotocopiate, e le ha incorniciate in un elegante color beige, disponendole
in uno spazio circoscritto all’ingresso del Pav. Soluzione didascalica che spinge
l’osservatore ad approfondire gli input forniti (diversamente può diventare una
carrellata di visi anonimi dal contenuto sterile).
Tra questi emerge il nome di Thoreau, fondatore del
pensiero anarchico ecologico: nel 1845 abbandonò le comodità della vita civile
per vivere in assoluta povertà in una baita sulla riva di un lago per due anni.
Thoreau fu colui che provò a suggerire ai contemporanei quanto fosse giusto
agire secondo coscienza e non sempre secondo le leggi dello stato, e in grande
anticipo capì quali potessero essere i danni della vita moderna sulla
sopravvivenza delle diverse specie e sull’equilibrio psicofisico dell’uomo.

Tornando al video, Clément insiste sul concetto di
biodiversità, sull’importanza di non cedere alle leggi del mercato
capitalistico, della Borsa, che definisce uno dei più grandi mali. Essa esclude
dal mercato tutte le specie non presenti nel “catalogo” in quanto poco remunerative,
annullando la possibilità di scegliere sulla varietà possibile.
Favini, attraverso le parole di quello che definisce “forse
il solo utopista verde vivente
, vuole trasmettere la necessità di creare un impegno politico
emergente che allontani dall’ottica del profitto personale e dell’egoismo
individuale. Si suggerisce un ritorno ai valori immateriali ben lontani dallo
sfruttamento di ogni possibile risorsa tipico dello sviluppo improprio. Quello
sviluppo che ha sempre imposto ai paesi più deboli monoculture che affamano le
risorse locali e distruggono le speranze di chi non crede nei vantaggi della
globalizzazione.
La questione è dibattuta e molto complessa: difendere la
biodiversità significa combattere gli Ogm? Con gli organismi geneticamente modificati
si evitano le malattie di alcune piante e si migliora la produzione senza
insetticidi, e per più motivi Veronesi ne esalta i pregi.

Clément considera il pianeta un unico giardino di cui ogni
uomo è custode, e anche se il concetto di Terzo paesaggio e di biodiversità che difende si
concretizza nel non tagliare l’erba del Pav per favorire la crescita
disordinata e spontanea di tutti i vegetali possibili, e questo può risultare
non gradito, si deve valutare l’importanza delle sue battaglie.

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dal 29 aprile al 13 giugno 2010
Ettore
Favini – La verde utopia
a cura di Claudio Cravero
PAV – Parco d’Arte Vivente

Via Giordano
Bruno, 31 (zona Filadelfia) – 10134 Torino

Orario: da
mercoledì a venerdì ore 15-18; sabato e domenica ore 12-19

Ingresso:
intero € 3; ridotto € 2

Info: tel. +39
0113182235;
info@parcoartevivente.it; www.parcoartevivente.it

[exibart]


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  • Ho la sensazione che anche il nobile perseguimento delle utopie sia stato ormai fagocitato e disinnescato. Sembra quasi che ogni sforzo utopico diventi congeniale al mantenimento dello status quo (concetti non nuovi dal 1968). Quasi una forma di contentino per placare le anime più belle e impavide. "Ma se tutti ragioniamo così?" E con questa frase si chiude il cerchio. Vengono periodicamente vinte alcune battaglie; vittorie importanti per accettare la sconfitta della guerra.

    Su queste questioni l'arte diventa una forma di rappresentazione di nicchia di certe problematiche. Santiago Sierra sostiene che l'arte non può cambiare nulla, può solo rappresentare. A questo punto bisogna chiedersi se ha senso innescare una corsa per rappresentare la problematica più importante e colta. Ma certo che ha senso: " se tutti ragionassimo così?".

    Forse il rischio è che l'arte insegui alcune questioni che competono ad altri, perdendo così un 'opportunità. Un'opportunità di essere "palestra" distinta. E come tale, solo in un secondo momento, funzionale a certe problematiche politiche o ecologiste.

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