Il mondo dell’arte è quasi sempre una questione di identità in relazione. Oggi l’arte nasce da un dualismo non risolto, da una serie di legami e di conflitti che trovano nell’opera una pacificazione solo temporanea. L’artista e la critica, l’artista e i suoi maestri, l’artista e gli altri artisti, ma anche l’artista e il suo lavoro, l’artista e i suoi strumenti, l’artista e se stesso.
Curata da Irene Calderoni, L’altro, lo stesso è una conturbante collettiva che intende indagare alcune modalità di questa relazione. Una di quelle mostre che ti lasciano, oltre al piacere di averla vista, un’inquietudine di fondo che fatica a sparire, nonostante l’ironia leggera che si percepisce in quasi tutti i lavori. Incorniciata da un bellissimo frammento dell’intervista di Cattelan ad Alighiero e Boetti, la mostra si apre con A cena con Angela (2005), di Domenico Montano. Docente di Montano a Venezia, la critica Angela Vettese viene coinvolta dall’artista in un processo di corteggiamento documentato da una serie di scatti e da un video-messaggio di invito, e culminato nella cena consumata in galleria durante l’inaugurazione. Una riflessione garbata e giocosa sulla costruzione di un’identità artistica, e sulla mobilità delle maschere che questo processo ci costringe a indossare (così, nel messaggio l’artista parla tramite un amico, e nella performance una sosia sostituisce la Vettese).
The Dark Hearts (2004), la video-installazione della giovane americana Sue De Beer, si sofferma invece, come quasi tutti i suoi lavori, sull’adolescenza come fase problematica di costituzione dell’identità. I protagonisti indossano goffamente delle identità precostituite, quella del giovane metallaro e quella della
Artista e filmaker in grado di muoversi con disinvoltura tra media diversissimi, Lynn Hershman Leeson –definita di recente dalla giuria dello ZKM di Karlsruhe “la donna più influente dei nuovi media”- ha posto al centro del suo lavoro la questione dell’identità femminile e della creazione di identità fittizie. In mostra è presente con un autentico classico del genere, la serie fotografica dedicata a Roberta Breitmore (1973-1978): un personaggio cui ha conferito statuto di esistenza tramite una serie di azioni e di documenti, compresa una perizia psichiatrica.
Se il lavoro di Hershman indaga la costruzione sociale dell’identità femminile, il canadese Rodney Graham e l’olandese Mark Manders aggiornano, in maniera diversissima, la lunga tradizione dell’autoritratto, ma solo per minarne le fondamenta. A Little Thought (2000) è un breve film in loop continuo, in cui Graham interpreta contemporaneamente un borioso borghese e uno sfigatissimo straccione i cui destino si incrociano, quasi su appuntamento, a mezzogiorno in punto, solo perché il primo possa sferrare un calcio alla pezza-bersaglio che adorna le natiche del secondo. Ambientato nel Settecento e costruito su una circolarità perfetta, il video sembra giocare sulla doppia identità del suo autore, artista e musicista pop, e sul fatto che l’acquisizione di un ruolo è sempre una violenza, rivolta, in primo luogo, contro se stessi. Wall with Photographs (2003) è invece la dimessa ricostruzione di una carriera (quella di Manders) interamente dedicata alla progettazione di un edificio-autoritratto: l’ambizione all’opera d’arte totale deve scendere a patti con una identità frammentata, impossibile da ricondurre a un insieme.
Ma è la riflessione sul rapporto tra l’artista e i suoi modelli che sembra produrre, con il lavoro di Gareth James e di Gardar Eide Einarsson, i suoi frutti più crudi. Idioterne (2002) ricostruisce, con una serie di stampe fotografiche accompagnate da complesse didascalie, il rapporto di emulazione – distruzione tra Lars Von Trier e Carl Theodor Dreyer, di cui il primo avrebbe acquistato un abito per indossarlo a Cannes, in un omaggio che è anche il tentativo di prenderne il posto e che i due artisti fanno proprio fotografandosi nudi, con addosso solo una maglietta di Martin Kippenberger e le scarpe di Felix Guattari: siamo nani sulle spalle di giganti, e nel confronto l’emulazione convive sempre con l’auto-degradazione.
link correlati
Il sito di Lynn Hershman
Il sito di Sue De Beer
domenico quaranta
mostra visitata il 7 dicembre 2005
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che tristezza.......................