Ormai la galleria Mazzoleni propone rassegne dal carattere museale, retrospettive di ampio respiro degne di una galleria civica. Dopo le ultime mostre dedicate a Burri e Salvo, viene il turno di Hans Hartung (Lipsia 1904 – Antibes 1989). Quasi a voler fare da contraltare alla magnifica retrospettiva dedicata a Franz Kline al Castello di Rivoli (ma chiaramente i galleristi si scherniscono per il paragone), l’analogon da Mazzoleni comporta anch’esso un’ottima estensione temporale, dagli anni Cinquanta all’anno precedente la morte, un altrettanto notevole numero di opere, circa sessanta, e pure una superficie espositiva spaziosa anche se un po’ ingessata. E ovviamente va citato il fatto che in un certo senso Hartung è la risposta europea all’astrattismo americano. Risposta però non è il termine adatto, proprio perché la cronologia è inequivocabile. Sin dagli anni venti, dunque in età precocissima, soggiornando a Dresda, Hartung abbandona la figurazione, con un passaggio dall’espressionismo all’informale che stupisce per la sua maturità pittorica e ricorda l’insuperato Rothko.
La vita turbolenta in un’Europa disastrata dai conflitti -durante la Seconda guerra mondiale combatte nella Legione straniera- porta in fine Hartung a una svolta, impressa anche suo malgrado dall’amputazione di un’arto inferiore nel 1944. Da allora si susseguono i riconoscimenti, civili, militari e artistici, mentre vive fra Parigi e la villa nel parco di Montsouris ad Antibes, disegnata da egli stesso.
Il percorso inizia così con T1950-50 -secondo la tassonomia da brano di musica classica-, olio e lacca su tela che non può non far pensare a un Kline dotato di cultura visiva europea. Ma già alla fine del decennio compaiono alcuni elementi che se ne distanziano prepotentemente: l’utilizzo di supporti e tecniche assai variegato, che conduce dal pastello al vinilico, dal cartone alla tela. E ai celebri graffi, spatolature, ai limiti dell’incisione nel corpo del colore (T1961 – H16). In alcuni casi l’organizzazione dello spazio pittorico ricorda addirittura certe prove eminentemente grafiche di certi architetti contemporanei, e di converso lavori come T1962 – R47 paiono studi di una Zaha Hadid. Ma quel che impressiona ancora di più è la capacità di rendere estremamente vitali e addirittura vitaliste quelle prove, come T1962 – K25 e il magnifico T1963 – R46. Dove ai caratteri citati si unisce con prepotenza l’influenza visiva del mare che bagna la Costa Azzurra.
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 4 dicembre 2004
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