Un senso di vertigine. Questa è la sensazione che si prova di fronte alle opere di Enrico Robusti (Parma, 1956). Insieme a confusione e smarrimento. Nei suoi quadri personaggi deformati si affollano o troneggiano nella superficie della tela, che spesso porta con sé numerose citazioni. Citazioni della storia, quella dell’arte o del costume. Della storia dell’arte con riferimenti ai fiamminghi, a Callot, a Boldini. Della storia del costume per i rimandi alle feste o alle usanze paesane. Tutto tradotto attraverso una costruzione vorticosa. Anche la prospettiva adottata è deformante e allucinata, con un continuo gioco di avvicinamento e allontanamento, di visione a volo d’uccello e visione frontale, di approssimazione e maniacale particolarismo. I colori sono caldi, piacevoli, ammiccanti. La scelta di soggetti che esprimono angoscia, inadeguatezza, paura, ha fatto sì che l’artista venisse invitato in una mostra di più ampio respiro curata da Vittorio Sgarbi, dall’emblematico titolo Il male.
Spiazzamento è dunque la parola chiave per la lettura dei lavori di Robusti. Spiazzamento provocato dal titolo, che non è mai in diretto contatto con il soggetto. O dalla rappresentazione stessa, che è sempre un episodio della vita quotidiana narrato in chiave alta. Come ne “Il minestrone”: in primo piano la scodella con la zuppa, l’uomo mesto intento a mangiare e la moglie-strega che gli urla addosso, continuando a pettinare capelli che finiscono nel piatto.
In controtendenza rispetto a gran parte dei suoi contemporanei, Robusti si allontana da una pittura il cui punto di partenza è la fotografia, strumento unico di conoscenza.
Approssimativo nelle ambientazioni, ma profondamente descrittivo nel racconto, l’artista parmense propone tele che sembrano costruirsi da sé, senza un progetto iniziale, se non quello di un pensiero che viene sciolto direttamente sul quadro. Il pennello, come una biro, traduce immediatamente la parola in immagine. “C’è prima la figura” descrive Robusti, “poi il pavimento, poi l’ambientazione, poi il titolo, nel quale sono dati dei timidi indizi per la lettura dell’opera”. Non c’è più neanche la tradizionale preparazione della tela, perché dall’artista è sentita come una sottrazione d’immediatezza al racconto, un rischio di cristallizzazione della creatività. Come bloccare il libero flusso delle parole.
Titolo, costruzione, prospettiva, soggetti, quotidianità: sono tutti elementi utilizzati per indagare un unico tema: l’inadeguatezza dell’uomo, che non riesce a far fronte all’ordinario vivere, e le sue piccole tragedie. Mentalmente registrati i vizi, i costumi, le situazioni della piccola provincia padana -simbolo di quella italiana- vengono poi elaborati, estrapolati dal contesto e resi soggetto e fatto assoluto.
daniela trincia
mostra visitata il 2 aprile 2005
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